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Curiosità

USA e Proibizionismo: il Grande Fallimento

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Il proibizionismo della Cannabis negli Usa, dalla nascita alla morte

Un ruolo primario che ha condotto sulla via del Proibizionismo prima verso l’alcol e poi, anche se in minima parte, verso la Cannabis lo hanno avuto le società di temperanza: definibili come semplici gruppi a stampo religioso e politico, erano però animati da un forte fondamentalismo e moralismo rispetto alle posizioni prese.

Trovano le loro radici già nel secolo precedente, ma solo nei primi anni del ‘900, a seguito di adesioni sempre crescenti e continue, aumentano il loro raggio d’azione riuscendo persino ad avere effetti politici, collegati proprio al Proibizionismo dell’alcool.

Nel 1920, infatti, la legge del Volstead Act insieme al 18° emendamento della costituzione avevano imposto il divieto sulle bevande alcoliche. Questo perché, anche grazie alle società di temperanza, prese piede l’idea, già ad inizio Novecento, che l’uso di alcol portasse a carenze sul lavoro, violenza sociale, assenteismo, allo spendere i soldi in bevande alcoliche piuttosto che in beni generati dal sistema produttivo che a volte coincidevano con quelli primari. In base a questo, quindi, le ragioni sono assolutamente condivisibili e rispettabili.

Il problema ha riguardato, però, il modo in cui si è cercata di risolvere la situazione e a dover fare i conti con i risultati disastrosi che il proibizionismo aveva portato furono gli anni ‘30:

  • Nascita ed espansione di organizzazioni criminali dedite al traffico illecito di alcool;
  • Malcontento dell’opinione pubblica dovuto al rapporto sempre più aspro tra polizia e cittadini e gang criminali a causa di politiche di prevenzione, sicurezza pubblica molto ferree e allo stesso tempo criticabili come a tolleranza zero;
  • Nuova tassa imposta dal Governo degli Stati Uniti, i quali avevano perso svariati miliardi di dollari l’anno con la cancellazione della tassazione sulle bevande alcoliche, che penalizzava le grandi imprese e i contribuenti più ricchi.

Passarono così al fronte antiproibizionista anche colossi come la dirigenza di General Motors e il presidente della banca J.P. Morgan Guarantee Trust Co., Charles Hamilton Sabin.

Il 5 dicembre del 1933 fu la data in cui ebbe ufficialmente fine il Proibizionismo dell’alcool. Il mercato nero e le gang criminali subirono un colpo durissimo, le entrate dello Stato aumentarono e si resero disponibili circa un milione di posti di lavoro collegati all’industria degli alcolici. 

A cosa era dovuto in realtà il divieto e il Proibizionismo?

Nonostante alcool e Cannabis siano state sotto la stessa luce proibizionista, le ragioni che ne portarono al divieto totale furono però opposte. 

Se per l’alcool ne abbiamo introdotte alcune, per la Cannabis il discorso si fa un po’ più complesso.

La Canapa – intesa come pianta – in passato è stata indubbiamente la più utile. I nostri avi preferivano maggiormente la sua fibra essendo particolarmente forte, duttile e per la sua facilità a crescere anche su terreni difficili da coltivare con altre specie di piante. A seconda del metodo di coltivazione e di lavorazione gli usi che se ne potevano fare, erano svariati con lo scopo di trarne cibo, vestiti, medicine, combustibile –  per citarne alcuni.

Basti pensare che fino ad inizio 1800 le principali imbarcazioni navali mercantili avevano vele e funi interamente costituite da canapa per la loro straordinaria resistenza e forza.

L'automobile fatta di Cannabis, Hemp Body Car di Henry Ford

L’automobile fatta di Cannabis, Hemp Body Car di Henry Ford

Fra le migliaia di prodotti fatti con la canapa, uno dei più straordinari fu senza dubbio la Hemp Body Car, un prototipo di macchina targato Henry Ford. La sua peculiarità era di essere interamente realizzata con un materiale plastico ottenuto dai semi di canapa e alimentata da etanolo di canapa (il carburante veniva raffinato dai semi della pianta). L’auto più ecologica della storia finita nel dimenticatoio come nulla fosse, nonostante lo stesso Henry Ford, per dimostrare a tutti l’elasticità e la resistenza del nuovo tipo di carrozzeria, si fece filmare mentre colpiva ripetutamente e violentemente il retro della vettura con una mazza, senza però risentirne minimamente. Oggi una buona parte del mondo non sa dell’esistenza di questa strabiliante invenzione.

Ben inquadrati erano quindi gli utilizzi della Cannabis e con il passare degli anni, grazie alla ricerca continua, tanti altri ancora ne sono stati scoperti.

Dopo la fine della seconda rivoluzione industriale, si instaurò ufficialmente il Sistema Capitalistico, oggi caratterizzato dalla dominio della tecnica sull’uomo. Nuove scoperte, e di conseguenza nuovi settori, ampliarono il campo chimico, metallurgico senza contare le numerose raffinerie petrolchimiche all’interno delle quali si ottenevano nuovi materiali mostravano sicuramente orizzonti di produttività, stabilità e risultati in termini economici molto rassicuranti.

La classe dirigente statunitense perseguì, quindi, la via del guadagno e della speculazione, mentre l’industria tecnica nel complesso e il capitale privato erano in espansione. 

Perché la Cannabis è stata demonizzata a tal punto da essere stata etichettata per così tanti anni come la più grande piaga sociale degli USA?

Tendenzialmente, sono due le ragioni principali ree delle campagne diffamatorie nonché scandalose nei confronti della Cannabis: economica e politica, strettamente connesse tra loro.

L’enorme potere economico costituitosi con la concentrazione industriale cercò fin dall’inizio la collaborazione e la protezione del potere politico che gli assicurasse i suoi progetti di espansione del capitale e il contenimento delle masse dei lavoratori.

Le decisioni dei governi vennero così condizionate dagli interessi economici e da quelli finanziari delle banche che ormai condizionavano la direzione e la gestione delle stesse aziende forti delle grandi quantità di crediti concessi ed erogati, non limitandosi più semplicemente ad investire i propri risparmi nello sviluppo industriale.

Paradossalmente, il fatto che la Cannabis potesse essere utilizzata nei modi più disparati, ha rappresentato al tempo stesso anche la sua condanna essendo una materia prima eco-sostenibile che avrebbe potuto alimentare tranquillamente numerosi settori industriali.

Un poster denuncia "Lo Spinello della Pazzia", una pubblicità contro la Cannabis e i suoi usi durante il proibizionismo. Louis J. Gasnier, 1936.

Un poster denuncia “Lo Spinello della Pazzia”, una pubblicità contro la Cannabis e i suoi usi durante il proibizionismo. Louis J. Gasnier, 1936.

Stando alle teorie più probabili, contro questa profonda innovazione si scatenarono gli interessi dell’editoria comandata da William Randolph Hearst, inaspettatamente minacciata da prodotti concorrenziali a base di canapa, molto più economici e di qualità superiore più potente industria chimico-petrolifera del tempo a fronte della devastante e continua deforestazione di alberi da cui ricavare carta da giornale. Anche il colosso petrolchimico Du Pont – multinazionale attiva e potente ancora oggi-, aveva di recente investito ingenti somme per la produzione di nuove fibre derivanti dal petrolio (oggi, tutti conosciamo il nylon e il cellophane). 

Per essere più chiari, la carta di giornale di Hearst veniva fabbricata a partire dal legno ma con processi che richiedevano grandi quantità di solventi chimici a base di petrolio, forniti da Du Pont.

Fortuna volle che entrambi fossero finanziati da uno dei più potenti banchieri del tempo, nonché Ministro del Tesoro, Andrew Mellon.

Per evitare effetti indesiderati, economicamente parlando, pressioni politiche furono fatte con lo scopo di far entrare in vigore una legge proibizionista nei confronti della canapa per metterla totalmente fuori gioco.

Un'altra pubblicità  contro la Cannabis durante il proibizionismo.

Un’altra pubblicità contro la Cannabis durante il proibizionismo.

Mellon nominò alla alla direzione generale dell’ufficio narcotici Harry J. Anslinger, suo suocero: la campagna di demonizzazione della Cannabis ebbe inizio e i primi frutti non tardarono a maturare.

Quali furono le conseguenze?

La Cannabis, da allora chiamata dispregiativamente marijuana, venne indicata come causa di delitti efferati che la cronaca del tempo quotidianamente riportava. Il termine fu un prestito della cultura messicana, con un fine ben preciso: mettere la canapa in cattiva luce, dato che il Messico era allora un paese nemico da cui difendersi, anche causa delle dure guerre di confine. Marijuana era un termine sconosciuto negli USA, l’opinione pubblica non sarebbe stata adeguatamente informata del fatto che il farmaco dalle proprietà rilassanti chiamato Cannabis corrispondesse alla Marijuana. Usare un termine messicano per designare qualcosa, dunque, era sicuramente il modo più efficace per spingere inconsciamente il popolo ad essere diffidenti verso il prodotto in questione.

Sommando al fattore industriale quello sociopolitico, si giunse all’inevitabile: nel 1937, con il Marijuana Tax Act, pur essendo la canapa ancora molto utilizzata nell’industria tessile, il presidente americano Roosevelt firmò l’atto che ne vietò il commercio, l’uso e la coltivazione.

L’applicazione di questa legge venne appoggiata da una scandalosa campagna diffamatoria a mezzo stampa criminalizzando anche gli stessi consumatori. Una delle teorie più bizzarre fu quella di accostare la Cannabis ai jazzisti, la cui musica venne etichettata come satanica.

I presidenti americani si susseguirono, ma la situazione riguardante il proibizionismo rimase pressoché invariata poiché, a detta loro, gli USA avevamo messo fuori gioco la principale causa di morte giovanile al tempo.

Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, la Canapa ridivenne indispensabile poiché tutte le materie prime ritenute legali divennero costose, rendendo reale l’immediata esigenza di una sostanza da cui potesse essere ricavata la quantità di cellulosa necessaria alla produzione di esplosivi. Nel 1961, poi, fu ratificata la Convenzione Unica dell’ONU riguardante l’illegalità della Cannabis, che trovo consenso dalla maggior parte dei Paesi Occidentali. Ma nel 1968 la condanna arrivò anche da parte dell’UNESCO.

Nixon durante uno dei suoi discorsi sul Proibizionismo

Nixon durante uno dei suoi discorsi sul Proibizionismo

Due anni dopo, durante il governo Nixon, sotto il quale la caccia alla marjiuana diede il meglio, venne pubblicato il Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act che stilò una tabella in cui sono inserite le droghe proibite divise per settori in base alla pericolosità. Inutile dire che la marjiuana era considerata una delle più dannose al pari dell’eroina o della morfina.

Oggi la situazione è decisamente diversa

In molti stati americani, infatti, l’uso e il consumo di cannabis è ritornato ad essere legale. E questo è vero non solo per la cannabis industriale o per quella terapeutica, ma anche per l’erba a uso ricreativo, tanto demonizzato in passato.

La ricerca sta progredendo, i risultati sono a disposizione di tutti ed è giusto che così vada.

Quel potere avidamente utilizzato in passato per non permettere la corretta divulgazione di notizie e studi scientifici che allontanassero la Marjiuana da tutti i mali a cui era associata perde forza giorno dopo giorno.

L’esempio più lampante è quello della California, dove a partire dai primi giorni del 2018 la marijuana è stata legalizzata.

Il proibizionismo ha fallito miseramente: se l’obiettivo iniziale era quello di eliminare il consumo di sostanze illecite, gli effetti prodotti sono stati pessimi. Tra questi ha minato le fondamenta della legalità, per certi versi inasprito il rapporto tra i giovani e la politica ed ha disperso soldi ed energie nel contrasto alla droga, il cui vero cuore pulsante non è stato neanche lontanamente scalfito.

Quindi, conviene la tassazione, che presuppone la legalizzazione: riduzione dei costi del contrasto al contrabbando, aumento della produttività dei consumatori – questo contribuisce al benessere collettivo – poiché si punta sulla depenalizzazione e decriminalizzazione.

Paradossalmente il proibizionismo è stato determinante nel diffondere l’uso ricreativo della canapa, mentre prima esisteva principalmente quello medico.

Viene da sé che si debba puntare molto su una cultura che distingua il consumo dall’abuso e sull’unione di controlli legali e controlli sociali. Una cosa è certa: nonostante intoppi sociali sui cui ancora oggi cadono gli USA la legalizzazione ha costituito e sta costituendo tuttora una grande prova di civiltà e maturità agli occhi del mondo.

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Mangiare Cannabis vs Fumarla: benefici ed effetti indesiderati

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L’uso di marijuana è universalmente associato al modo di consumarla più tipico, cioè attraverso l’inalazione di quelli che i nostri genitori chiamano – non senza una punta di imbarazzo – spinelli.

Solitamente, pensare al mangiare marijuana porta alla mente quei terribili lecca-lecca che si vedevano tanto in giro e agli indefiniti – quasi mitizzati – brownies della televisione americana. In realtà, il mondo dei cannabis edibles è vastissimo, poiché l’effetto che produce è completamente diverso da quello che si ha, appunto, dallo spinello.

Quali sono le differenze tra uno snack psicoattivo e l’old fashioned spinello

Ingerire la marijuana anziché inalarla rende l’effetto psicoattivo più forte e duraturo nel tempo: il TCH – noto principio attivo della cannabis – viene metabolizzato dal fegato e convertito in 11-OH-THC, un legame molecolare che produce un maggiore effetto psicotropo.

Il passare attraverso l’apparato digerente e il fegato – per poi finire direttamente su, nel cervello – sottopone la marijuana a tutto un altro processo metabolico, perciò gli effetti sul corpo sono totalmente diversi.

Piccola nota: l’effetto della marijuana mangiata può non arrivare subito, solitamente ci mette dai trenta minuti alle due ore per attivarsi – ma una volta iniziato l’effetto, può durare anche otto ore. L’effetto della cannabis inalata – oppure vaporizzata – invece arriva già nei primi dieci minuti, e dura solitamente meno di un ora.

La dose media di THC consigliata nel cibo è 10 milligrammi. Esagerare di certo non provoca la morte ma, probabilmente, vi farà passare una terribile giornata.

Mangiare la Marijuana come alternativa più salutare e sostenibile?

Fumare – e non solo i pacchetti interi di sigarette – di certo non fa bene alla salute, anzi. Neanche la vaporizzazione è un’alternativa valida, dato che non riduce drasticamente i pericoli né le dannose conseguenze del fumo. Mangiare, invece, può essere un metodo valido per poter smettere di fumare.

Ovviamente, quando parliamo di mangiare la marijuana non ci riferiamo solo ai brownies stereotipati delle confraternite americane, ma ad un intero universo culinario: il metodo migliore per cucinarla è scioglierla nell’olio oppure nel burro – di sicuro le ricette non mancano.

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In che modo la Cannabis influenza i nostri Sogni

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Lo sa bene ogni consumatore di cannabis – specialmente chi non ne fa uso quotidianamente: fumare prima di andare a dormire altera il sonno.

Molti studi hanno evidenziato uno stretto legame tra la cannabis e il ritmo sonno/veglia: è evidente che siano collegati – anche solo stando alla nostra semplice esperienza diretta.

La Cannabis altera i sogni durante le “pause di tolleranza”

La “Tollerance Break” è quel periodo di tempo – che può variare da una settimana a qualche mesetto – in cui un consumatore quotidiano di cannabis decide di smettere per un po’. Questa scelta può essere dettata da molte ragioni, ma soprattutto dal fatto che “disintossicarsi” può aumentare, una volta che si ricomincia, l’effetto psicotropo.

Molte ricerche hanno correlato il consumo di cannabis alla diminuzione dell’intensità – e della durata – della fase REM (per chi non lo sapesse, il sonno è costituito dall’alternarsi di fasi di sonno profondo e fasi REM, che possono durare anche pochi minuti, durante le quali sogniamo).

Ciò lascerebbe supporre che l’astinenza da cannabis può innescare un “REM rebound”, cioè un improvviso aumento del sonno e della durata della fase REM, quindi sogni più lunghi e intensi. L’effetto contrario, invece, molti lo hanno sperimentato una volta tornati a fumare dopo la pausa di tolleranza: il consumo di cannabis è quindi associato alla diminuzione della fase REM.

Smettere di fumare cannabis aiuterebbe a diminuire gli incubi

Molte (e ancora poco conosciute) sono le cause degli incubi, dalla semplice ansia alla sindrome da stress post-traumatico. Ma la Cannabis, con il suo effetto inibitore sui sogni, può aiutare a combattere i brutti sogni.

Che gli incubi siano o meno il tuo problema – ma anche se soffri di semplice insonnia – la cannabis può rivelarsi il tuo migliore alleato: è noto che fumare fa venire sonnolenza, accelera l’insorgenza del sonno e contribuisce a risolvere i problemi di respirazione mentre si dorme.

Qual è la correlazione tra uso di Cannabis, sogni e il nostro comportamento?

Abbiamo già detto che l’uso di cannabis sopprime la durata e l’intensità della fase REM, quindi influisce direttamente sui nostri sogni. Ma questo ha delle conseguenze anche sui nostri comportamenti?

In realtà, studi e ricerche hanno confermato che anche con il sonno REM ridotto al minimo, le conseguenze sui nostri comportamenti quotidiani sono bassissime.

Eppure, le fasi di sonno REM sono collegate alla conservazione delle informazioni e delle competenze, quindi una drastica diminuzione del sonno REM potrebbe portare ad alcuni disturbi cognitivi, soprattutto nei giovani cervelli in crescita – ma è ancora tutto da studiare.

Una cosa, però, è certa: la Cannabis può avere delle fantastiche proprietà curative per coloro che soffrono di disturbi del sonno profondo – a costo di perdere un po’ di tempo REM.

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Ecosia: il Motore di Ricerca green friendly che pianta Alberi

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Ecosia, il motore di ricerca che pianta alberi ad ogni ricerca.

Quale motore di ricerca usi abitualmente?

Google è il grande classico: nel dubbio vai sul sicuro, funziona per tutto. Bing sembra già più alternativo, di chi sceglie per posizione presa, mentre Yahoo è ormai deceduto. E poi c’è Yandex, l’alternativa russa alle ricerche online.

Spesso quella del motore di ricerca è una scelta fatta senza neanche riflettere, poiché di certo non andrà a influire sulla nostra giornata. Eppure esiste un motore di ricerca – relativamente giovane ed europeo – che qualcosa promette di cambiare, anche (e soprattutto) nel nostro piccolo quotidiano: Ecosia. (Scopri di Più)

Ecosia: un click per la riforestazione

Fondato da Christian Kroll nel 2009 a Berlino, Ecosia afferma di voler essere la ‘buona coscienza della rete’. Ecosia è comunque un motore di ricerca con fini di lucro, cioè genera fatturato con i proventi pubblicitari che provengono dalle ricerche degli utenti (guadagna qualcosa per ogni click sul sito). Fin qui è tutto nella norma.

Nelle ricerche effettuate su Ecosia, però, appaiono dei link affiliati – chiamati Ecolinks – tramite i quali è possibile effettuare donazioni compiendo acquisti online: ogni azienda deve ad Ecosia il 5% degli acquisti effettuati sul proprio sito. Ecosia dichiara che almeno l’80% dei ricavati ottenuti grazie a questi Ecolinks è destinato alla riforestazione: il browser si è infatti legato a progetti come Plant a Billion Trees e WeForest.

Dalla sua fondazione, Ecosia ha ricavato almeno 3 milioni per i progetti di riforestazione

Il fondatore, Christian Kroll, ha dichiarato di voler raggiungere il miliardo di alberi piantati entro 2020: progetto ambizioso, ma non impossibile. Punta inoltre a neutralizzare il 100% delle emissioni di anidride carbonica causata da tutta l’impalcatura materiale per il funzionamento del motore di ricerca – server, uffici, dispositivi.

Qualcuno si è detto scettico su questo progetto: quale big corporation lascerebbe andare i propri introiti verso cause ambientali? Ma Ecosia ha ottenuto la certificazione della B-Corporation, ente no-profit che ne ha confermato le performance di sostenibilità ambientale e sociale, oltre che la trasparenza nel fornire i dati delle effettive donazioni.

All’inizio ha collaborato con il WWF, per finanziare la riforestazione della foresta pluviale in Brasile. Questo dal 2009, quando Ecosia è stata fondata in seguito alla Conferenza dell’ONU sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Copenaghen, il cui tema è stato appunto la riduzione delle emissioni di CO2 (la diminuzione significativa delle foreste sul nostro pianeta è una delle maggiori cause dell’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera).

Aderisci anche tu ad Ecosia!

Perché scegliere Ecosia, motore di ricerca con uno scopo: salvare l’ambiente

Dopo la conferenza del 2009, si sono tenuti svariati altri summit riguardanti il problema del Cambiamento Climatico. L’ultima eclatante conferenza è stato quella di Parigi 2015, a cui sono seguite delle COP (Conferenze delle Parti) a cui partecipano alcuni degli Stati firmatari.

Lo scopo di Parigi era quello di sancire una linea comune d’azione: limitare l’aumento delle temperature mondiali al di sotto 2 gradi e ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica. Ma alcuni Stati – tra cui spicca l’America di Trump, rinomato negazionista  – sono fuoriusciti dagli accordi, rifiutandosi di accettare l’esistenza del problema e la necessità di un’azione immediata.

Durante l’ultima COP-24 – svoltasi a Katowice, in Polonia, a dicembre – si è giunti alla drammatica conclusione che il limite dei 2 gradi non è più sufficiente, bisogna mantenersi al di sotto degli 1,5 gradi diminuendo il 45% delle emissioni di CO2 nell’aria entro il 2030. Una bella sfida, insomma.

Ecosia ci insegna che possiamo fare tanto, anche con un gesto casuale come la scelta di un motore di ricerca, addirittura con un click sulla tastiera. Diffondere una nuova consapevolezza – insieme, tutti quanti, possiamo farcela – è il primo grande passo per la soluzione del problema Climatico. Che, assieme alle altre emergenze – l’inquinamento provocato dalla plastica e l’esaurimento dell’acqua potabile, tra i tanti – ci fanno capire quanto ogni piccolo gesto conta.

 

 

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