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I 70 Anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

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Diritti Umani, 70anni dopo l'approvazione, ONU

 

Stemma dell'ONU, Nazioni Unite, Diritti Umani

Costituita da un preambolo e da trenta articoli basati sull’uguaglianza, la libertà e la dignità di tutti gli uomini, nonché sul diritto al lavoro e all’istruzione, e frutto di un’elaborazione secolare che mosse i primi passi dai principi etici classico-europei della Bill of Rights, della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America e della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, essa rappresenta un punto di riferimento essenziale per l’educazione interculturale per quegli Stati che su di essa hanno basato le loro carte costituzionali.

Ben 48 paesi firmarono il documento: si ricordano l’Afghanistan, l’Argentina, l’Australia, il Belgio, la Birmania, la Bolivia, il Brasile, il Canada, il Cile, la Cina, la Colombia, il Costa Rica, Cuba, la Danimarca, l’Ecuador, l’Egitto, El Salvador, l’Etiopia, le Filippine, la Francia, la Grecia, il Guatemala, Haiti, l’Islanda, l’India, l’Iran, l’Iraq, il Libano, la Liberia, il Lussemburgo, il Messico, i Paesi Bassi, la Nuova Zelanda, il Nicaragua, la Norvegia, il Pakistan, Panama, il Paraguay, il Perù, la Repubblica Dominicana, il Siam, la Svezia, la Siria, il Regno Unito, gli Stati Uniti d’America, la Turchia, l’Uruguay e il Venezuela.

Dal 1948 ogni anno si celebra in questo giorno la Giornata Internazionale dei Diritti Umani.

Diritti Umani, l‘Italia in prima linea

 

In onore di questa giornata, Sergio Mattarella dichiara che

L’Italia continuerà ad impegnarsi per la difesa degli esseri umani, (…) soprattutto nelle sue funzioni di membro, a partire da gennaio 2019, del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Con questo mandato assumiamo una grande responsabilità: la promozione dei diritti umani nel mondo costituisce non solo un imperativo etico e morale, ma è uno strumento necessario per prevenire i conflitti, costruire società stabili e inclusive e, quindi, promuovere in modo sostenibile la pace, la sicurezza e lo sviluppo”.

 

Uno sguardo fra i Diritti

 

Uno tra i diritti più importanti e tra quelli più sconosciuti è il Diritto Umano alla scienza.

Art. 27- Ogni individuo ha il diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha riconosciuto nel dicembre 1948 questo diritto come un vero e proprio diritto umano – anche se, tuttavia, il suo contenuto normativo vincolante deve essere meglio chiarito e non c’è stata in questi anni alcuna organizzazione specificatamente dedicata alla sua promozione.

Esso sostiene una visione di partecipazione alla scienza che include la sua divulgazione, la sua partecipazione nella creazione e nella politica scientifica, la scienza dei cittadini, la parità dei sessi, le libertà di coloro che si occupano di scienza, nonché il diritto a godere dei suoi benefici.

In esso, inoltre, la scienza non viene distinta dalla cultura: in questo modo, non si parlerebbe unicamente di Diritto alla Scienza, ma di Diritto di Accesso Alla Conoscenza.

Si può, quindi, inquadrare quest’articolo nell’ambito della Legalizzazione, celebrando quegli Stati che si affacciano al progresso con studi scientifici positivi – non senza l’esclusione degli aspetti negativi – riguardanti la Cannabis terapeutica e non.

Verso un’articolazione migliore

L’Unesco, l’Amsterdam Central per il diritto internazionale e il Centro Irlandese per i diritti umani hanno portato avanti un’iniziativa congiunta che riporta quest’articolo sulla scena internazionale, promuovendo tre incontri tra esperti ad Amsterdam nel 2007, a Galway nel 2008 e a Vienna nel 2009.

Nel 2013, invece, il Comitato per i diritti economici, sociali e culturali ha approvato durante la sua 51° sessione l’avvio di un lavoro volto ad un’articolazione migliore del diritto di godere dei benefici del progresso scientifico e le sue applicazioni. In questo modo non solo si aprirà un confronto, ma sarà anche migliorata la definizione normativa di questo diritto, con tanto di linee-guida per una informazione più facile e per chiarire come gli Stati debbano conformarsi ad esso.

Le proposte normative vengono portate avanti da Richard Pierre Claude, da William A. Schabas, da Audry Chapman, da Yvonne Donders, da Lea Shaver, da Farida Shaheed, da Margaret W. Vitullo e da Jessica Wyndham, dal 2002 al 2013.

Secondo la Farida, l’articolo dovrebbe contenere l’accesso ai benefici della scienza per ognuno, senza discriminazioni; l’opportunità per tutti di contribuire all’impresa e alla libertà scientifica indispensabili per la ricerca; la partecipazione degli individui e delle comunità nel processo decisionale; e un ambiente favorevole che promuova la conservazione, lo sviluppo e la diffusione della scienza e della tecnologia.

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Svolta sostenibile di Lego: usare la Bioplastica di Canapa?

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Impossibile non conoscere Lego, la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). Probabilmente è una delle aziende che vende di più nel settore: questo vuol dire che la quantità di mattoncini – realizzata in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile – è molto alta, così come lo sono gli scarti non biodegradabili che vengono inevitabilmente prodotti.

L’azienda lo sa bene – ma soprattutto, da multinazionale quale è, deve dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini e di altri componenti delle scatole da costruzione non può andare avanti ancora a lungo, perciò l’azienda sta lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli elementi “vegetali” dei set Lego saranno costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – ha iniziato a produrre alcuni componenti delle famose scatole-giocattolo in bioplastica.

Per la precisione, tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che sostituisce (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla, per quanto riguarda la produzione in bioplastica, dell’1-2 per cento del totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica – i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

La ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche: generalmente considerate un’alternativa molto più ecosostenibile della plastica tradizionale, non sono però un materiale propriamente a basso impatto. Inoltre, la qualità della resa non è certamente paragonabile a quella della plastica da petrolio.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi, ma soltanto il 2 per cento dei suoi prodotti è di origine vegetale: attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare. Assieme a CocaCola, Nestle, McDonalds – e molte altre big – sta investendo molto nella ricerca, nella speranza di trovare un modo per rendere l’utilizzo di polimeri biologici sostenibile.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi riscontrati finora – che hanno impedito la produzione in massa dei mattoncini di bioplastica – sono la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Usare scarti di mais, grano e canna da zucchero non si è rivelata la soluzione perfetta per questo problema ingombrante che è, per un colosso dei giocattoli, di importanza primaria.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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La Cassazione Vieta la Light, Mantero Risponde [DDL Allegato]

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Pochi giorni fa, la Corte Suprema di Cassazione ha depositato le Motivazioni che hanno portato al divieto di Vendita della Cannabis Light con effetto drogante.

Ebbene, se qualcuno pensava che le motivazioni potessero in un certo senso dare un po’ d’aria a chi lavora nel settore, mi spiace dire che non è stato così.

Infatti da quanto emerge dalle 19 pagine, la Vendita di Cannabis Light è stata praticamente resa illegale, o meglio, non è stato dato un valore numerico a questa – santa – efficacia drogante.

La cassazione in pratica rimanda la questione ai vari tribunali di turno che di volta in volta dovranno decidere se quello specifico lotto è o meno drogante (?).

In pratica è peggio di prima.

Mantero all’Attacco per salvare la Cannabis Light

Non tarda ad arrivare un primo post di Mantero (M5S) a tutela del mercato creatosi, andando a fare un elogio ai tantissimi – soprattutto giovani – che si sono buttati in questo Business, nonostante le tante zone grige.

È ancor più importante però il secondo post pubblicato sempre da Mantero nella giornata odierna, che comunica agli addetti ai lavori che:

E’ pubblicata e sottoscritta da tanti altri colleghi, la mia proposta di modifica della legge n. 242 del 2016 

Il Disegno di legge infatti è stato presentato il 5 giugno e solo oggi, a distanza di più di un mese, è arrivata la notizia della pubblicazione ufficiale.

L’iter è ovviamente lunghissimo come al solito, ma il solo fatto che alcuni esponenti del governo si schierino al fianco della Cannabis Light, fa ben sperare.

Non è ancora nota la data della calendarizzazione del DDL, anche se Mantero assicura e spera in una discussione il prima possibile.

Cosa prevede il Disegno di Legge?

Viene consentita la vendita di derivati della Cannabis Light per ben 2 categorie merceologiche: uso alimentare e uso erboristico.

Si garantisce – finalmente – la tutela dei consumatori dato che le confezioni dovranno mostrare il contenuto di THC – che non dovrà superare lo 0,6% -, il contenuto di CBD e dovrà essere garantita l’assenza di inquinanti come metalli pesanti e patogeni.

Inoltre dovrà essere indicata la provenienza della produzione, e ovviamente dovranno essere rispettati tutti gli altri parametri relativi alle categorie merceologiche.

Si permetterà la possibilità di poter fare taleaggio e addirittura una parte del fondo dell’agricoltura potrà essere dato agli agricoltori che voglio sviluppare nuove genetiche per il mercato.

Insomma a distanza di 3 anni dall’approvazione delle 242/16 arriva finalmente l’upgrade necessario e mai fatto.

Molti si lamenteranno del fatto che si sta pensando troppo alla light e poco alla legalizzazione, tuttavia i temi vanno trattati separatamente, dato che dalla light, oggi, dipendono +3000 realtà aziendali.

P.S. Qui trovi l’iter del DDL e il relativo Testo completo

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