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Attualità

La Plastica sta uccidendo la vita sul pianeta: vogliamo fare qualcosa?

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L’Indonesia è il secondo paese al mondo più inquinato dalla plastica dopo la Cina, assieme a Filippine, Vietnam e Thailandia – responsabili di oltre il 60% della plastica presente nei nostri oceani – e questo capodoglio è il secondo esemplare della sua specie ad aver ingerito grandi quantità di plastica (è già successo l’anno scorso in Thailandia).

Nel Pacifico galleggia un’isola di plastica grande tre volte la Francia

 

Consiste in un accumulo di rifiuti stanziato lì a causa delle correnti oceaniche, ed è composta al 99,9% da materie plastiche: una parte di queste risale addirittura agli anni Settanta. Attualmente produciamo 20 volte più plastica rispetto a quarant’anni fa e le previsioni non sono ottimali: se non agiamo subito, entro il 2050 la massa di plastica negli oceani supererà in peso quella di tutti i pesci presenti nel mare.

Ma il problema maggiore non è questo, bensì le cosiddette microplastiche, particelle di plastica che vengono ingerite dalla fauna marina (anche e soprattutto dagli uccelli, oltre ai capidogli).

Le microplastiche sono ovunque: anche nell’acqua che beviamo

Una ricerca condotta dall’organizzazione giornalistica Orb Media, un sito di informazione non profit di Washington – ma non pubblicata su riviste scientifiche, per ovvi motivi – rivela che nella maggior parte delle acque imbottigliate (sì, anche quelle che costano parecchio) è presente il polipropilene, lo stesso materiale plastico utilizzato per realizzare i tappi di bottiglia.

Ovviamente microplastiche sono presenti nelle acque potabili di tutto il mondo – quella che sgorga dai nostri rubinetti, con cui cuociamo la pasta e prepariamo il caffè la mattina, per intenderci – e non possiamo fare niente a riguardo, date le misure microscopiche di questi residui.

Produciamo annualmente almeno 300 milioni di tonnellate di plastica. Oltre il 40% di tutta questa materia non è riutilizzato e viene buttato via. Questa plastica rimarrà nell’ambiente per secoli, senza decomporsi mai. Microplastiche sono state ritrovate persino in organismi che abitano nella Fossa delle Marianne, gli abissi più profondi della Terra: questa scoperta è agghiacciante, perché significa che si sono depositate ovunque, senza possibilità di poterle rimuovere. 

Dall’UE arriva lo stop alla plastica monouso, ma all’Italia non piace

Il Parlamento Europeo ha decretato la fine della plastica monouso – cioè oggetti come cannucce, bicchieri, cotton fioc – a partire dal 2021 e la mozione è risultata accettata da una larga maggioranza: l’unica voce fuori dal coro è stata quella di Elisabetta Gardini, eurodeputata di Forza Italia, apparentemente preoccupata per le conseguenze di questa decisione sull’economia italiana.

Anche Alessandro Pagano, vice-capogruppo della Lega alla Camera, qualche giorno prima del voto ha dichiarato a proposito della produzione italiana di oggetti di plastica:

“tra diretto e indotto, parliamo di un volume di 2,3 miliardi di euro: una mazzata per la nostra economia, con migliaia di posti di lavoro che salteranno”

Eppure delle soluzioni esistono (ricordate la bioplastica?)

La ong Ocean Cleanup ha progettato una macchina per raccogliere rifiuti plastici dal mare: l’obbiettivo è la grande isola di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico, tra la California e le Hawaii. Questo macchinario funziona più o meno come il suo bersaglio, l’Isola di Plastica, cioè sfruttando le correnti oceaniche.

Ma la pulizia degli Oceani dalla plastica già esistente non basta: bisogna combattere il problema alla radice. Quindi iniziare a produrre con diversi materiali e abbandonare la nostra malsana dipendenza dall’usa e getta.

Il riciclaggio è ovviamente una necessità, ma le industrie? Tutto parte da lì. Abbiamo già parlato di bioplastiche – in realtà se ne sta parlando sempre di più e questo è confortante – e delle nuove idee che si muovono in questo settore quasi sconosciuto. Materie prime come la Canapa, a lungo ingiustamente demonizzate, si riveleranno in un futuro sempre più vicino la risposta verde ad un cambiamento di rotta epocale.

Puntando su ciò che la Natura ci fornisce e su piante –  come la Canapa appunto – che riducono al minimo i dispendi idrici, portano benefici al suolo su cui sono coltivate e riducono significativamente l’anidride carbonica presente nella nostra atmosfera, riusciremo a scongiurare l’imminente pericolo del Cambiamento Climatico e a liberarci dalla plastica, prima che sia troppo tardi?

Noi pensiamo di sì. Ma è fondamentale che l’opinione pubblica ne sia consapevole: informatevi dunque, perché il nemico principale del nostro pianeta è la disinformazione, oltre alla pigrizia e ad una classe dirigente poco incline ad accettare un (necessario) cambio delle abitudini – sì, anche economiche – per la produzione del Made in Italy.

 

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Finalmente Legalizzata la Cannabis Light <0.5%

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Coltivare Cannabis Legale in Italia

Ebbene sì, dopo un anno di infiniti tira e molla nelle svariate commissioni, dopo le migliaia di commenti negativi e anche di supporto verso chi almeno ci ha provato, la fiducia ormai persa delle migliaia di persone che hanno investito, oggi 12 dicembre 2019 arriva finalmente una buona notizia per chi ha investito nel settore della Cannabis Light.

Il senatore Mantero, insieme a Francesco Mollame (M5S), Loredana De Petris e Paola Nugnes (LeU), Monica Cirinnà e Daniela Sbrollini (PD) sono riusciti nell’ardua impresa. È passato infatti uno dei 2 emendamenti che permetterebbe al settore della Light di poter respirare, finalmente.

Molti all’inizio avevano urlato al MONOPOLIO e addirittura alla truffa, non mi dimentico di voi, anche perché siete gli stessi che oggi Gioiscono. ( la coerenza la lacisate sotto al tappeto o nella stagnola)

L’emendamento nel dettaglio

Matteo Mantero e Francesco Mollame
Matteo Mantero e Francesco Mollame (5S) in commissione bilancio durante l’approvazione dell’emendamento

In attesa di analizzare il testo completo, sappiamo che l’emendamento in questione, va a modificare la 242/16 e finalmente riconosce il fiore della pianta come tale.

Viene inoltre modificato il DPR in materia di stupefacenti e viene imposto il limite dello 0.5% di THC, al di sotto del quale non si può considerare sostanza stupefacente.

“… non è un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza…” queste le prime dichiarazioni del senatore Mantero, che con entusiasmo comunica su facebook la notizia.

Per concludere con “I canapicoltori e negozianti potranno lavorare un po’ più tranquilli”.

Sicuramente non è una vittoria eclatante – e nè è conscio lo stesso Mantero -, ma da la libertà di poter lavorare a tutto il comparto cannabico italiano.

L’emendamento, o meglio il sub-emendamento è stato inserito nella legge di bilancio che dovrà essere discussa in parlamento, tuttavia questo non è modificabile (emendabile), pertanto se dovesse passare la legge di bilancio, passerà anche l’emendamento in tutta la sua integrità.

Capodanno coi fiocchi, e con i fiori

Indipendentemente da quello che è il personale giudizio politico, va riconosciuta a Mantero la tenacia e perseveranza che tra le altre cose vorrei vedere in più soggetti politici.

Nel giro dell’ultimo anno ne avrà lette di tutti i colori sul suo conto e sul suo operato, eppure è andato avanti per la sua strada, scontrandosi anche con i muri interni del 5S.

È vero che non è stata legalizzata la cannabis, però la possibilità di poter lavorare in modo libero e a testa alta per oltre 10000 persone è comunque un importante traguardo.

Sperando che il prossimo obiettivo, sia la Legalizzazione e Autoproduzione.

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Lego vuole usare la Bioplastica di Canapa

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Impossibile non conoscere Lego: la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). La conosciamo tutti perché produce – praticamente da sempre – dei meravigliosi mattoncini realizzati in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile che, inevitabilmente, si trasformano in scarti non biodegradabili.

L’azienda lo sa bene – soprattutto, da multinazionale quale è, dovrebbe dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini, a lungo andare, produrrà tonnellate di plastica inquinante: non di certo facile da gestire in un mondo sommerso dalla spazzatura. Sembra però che l’azienda stia lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli alberi dei set Lego costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – si è impegnato nella produzione di alcuni componenti giocattolo in un materiale diverso: la bioplastica.

Tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che, in futuro, potrebbe sostituire (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla ancora di una copertura massima di 1-2% sulla produzione totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica: i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

Il problema principale è che la ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche. Non se ne sa molto, anche se certamente sono un’alternativa ecosostenibile rispetto alla plastica tradizionale.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi e, attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare.

Si spera che assieme a Lego, anche altri – come CocaCola, Nestle, McDonalds e molte altre big – investano nella ricerca: l’alternativa c’è, bisogna solo applicarla su scala globale.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi (per un possibile uso applicato a tutta la produzione) riscontrati finora sono: la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Inoltre, usare scarti di mais, grano e canna da zucchero garantisce la stessa resa.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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