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Perché la guerra alla droga di Salvini non funzionerà: politica spicciola for dummies

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Matteo Salvini e il No ai Cannabis Shop

Dal Dicembre 2016 l’Italia naviga in un mare di ambiguità legislativa per quanto riguarda il commercio della Cannabis Light (per quei pochi che ancora non lo sapessero, viene considerata Light quando il THC è inferiore o compreso tra 0,6% e 0,2%) soprattutto perché viene venduta come “ornamento” e “oggetto da collezione” anche se, diciamocelo, non viene di certo pagata 15-20 euro al grammo per essere poggiata su di uno scaffale a prendere polvere.

Il leader del Carroccio lo ha realizzato – casualmente – proprio a pochi giorni dalle Europee, le elezioni che si riveleranno decisive per tirare le somme riguardo il nuovo governo, quasi un anno dopo la sua nascita. Matteo si è sempre ritenuto abilissimo a gestire l’opinione pubblica: è riuscito a prendere potere – fare proseliti, qualcuno direbbe – grazie alle sue prese di posizioni mirate (prima gli italiani, usiamo le ruspe, aiutiamoli a casa loro suonano familiari?) e attraverso un uso sapiente dei social media.

La politica 4.0 di Salvini, il leader politico con più follower in Europa

Le sue – e quelle del suo staff, ovviamente – decisioni riguardo cosa pubblicare, rispondere, sponsorizzare sui social media sono state addirittura studiate dagli esperti: questo perché, banalmente, funzionano benissimo. Attraverso l’uso sapiente di parole chiave, il far leva su emozioni negative e quel sapore nazionalista che si sente in ogni suo post è riuscito, in pochissimo, ad arrivare dove nessun altro politico italiano era arrivato prima: ha conquistato il popolo dell’Internet.

Non importa se ne si parli bene o male, l’importante è che se ne parli: questa è la tattica funzionante. Qualsiasi articolo indignato, post contrario oppure commento negativo non fa altro che rinforzare il suo potere mediatico, mettendolo in luce come un “martire” dei comunisti: lì dove Silvio non era riuscito ad arrivare, Matteo risulta invincibile.

Le prossime Europee come occasione di rilancio delle politiche storiche contro la droga, ma anche per dei “concorsi social”

SI chiama “Vinci Salvini” ed è addirittura alla sua seconda edizione: un concorso il cui premio è una foto, un incontro e addirittura un caffè con il vicepremier. Questo cosa ci lascia intuire? La sua politica si basa, essenzialmente, sulla sua persona.

“Anche questo video avrà tutti contro, ma noi usiamo la Rete – finché ce la lasciano libera – e vinciamo in Rete”

Queste parole non sono casuali: lasciano presagire che lui è una specie di martire, quasi santificato, campione per la libertà del suo popolo contro qualcuno che invece vuole opprimerlo. Sagace.

Libertà, quindi, come parola chiave scelta per la promozione di un concorso a premi che mette in palio la sua persona. Si sta svendendo, come una prostituta (non ci stupisce allora la sua proposta di riaprire le case chiuse).

Chi sono i nemici di Salvini? Chi impedisce la libertà della Rete? E cosa c’entra questo con la Cannabis Light?

Il rumore sui social è una grande mossa tattica, degna delle guerre antiche e degli imperatori Romani: se distrai l’opinione pubblica con qualcosa in grado di indignarla, dimenticherà ciò che è appena successo (e che vuoi insabbiare a tutti i costi). Si sa, il pubblico mediatico ha una memoria corta e tende a dimenticare se viene bombardato costantemente da nuove informazioni da apprendere.

In questo caso, tutto lascia supporre che quel qualcosa che vuole essere dimenticato è l’ultima bomba scoppiata in casa Lega: il caso Armando Siri. Non ci stupisce quindi che, interrogato sul da farsi da alcuni giornalisti, lui risponde che non ha tempo da perdere, deve occuparsi della sicurezza, degli immigrati e della droga.

Insomma, politica spicciola. Il suo segreto? La memoria corta degli italiani, la certezza che lo seguano ovunque – tanto da far diventare la sua persona un montepremi ambulante – e i soliti vecchi luoghi comuni su cui far leva: l’astio secolare e la diffidenza contro la Cannabis (questa sconosciuta) cadono a pennello.

Eppure, i dati parlano chiaro: una ricerca condotta sugli effetti dell’introduzione di un mercato legale della Cannabis Light in Italia dal 2016 ad oggi ha evidenziato che sì, la manovra di “normativazione” attuata negli ultimi due anni ha tolto notevoli introiti alle mafie e al mercato nero della cannabis. Quindi attaccare questo mercato in crescita non farebbe altro che avere degli effetti controproducenti sulla ricerca di “sicurezza” che il vicepremier tanto agogna.

I ricavi perduti dal 2016 dalle organizzazioni criminali ammontano a circa 200 milioni di euro all’anno, dicono gli esperti

Questo è ovviamente uno dei risultati più auspicabili di una qualsiasi politica antimafia. Ma non per Salvini, a quanto pare. La guerra alla droga di cui vaneggia così tanto, quindi, è una guerra realistica oppure l’ennesima manovra mediatica che non condurrà ad un nulla di fatto?

La prima cosa che balza agli occhi è che, con questo terremoto mediatico, Salvini sia riuscito ad operare su due fronti: distrarre l’opinione pubblica – dalla cacciata di Siri, indagato per corruzione, e dal polverone su Fontana, indagato a sua volta per abuso d’ufficio – e avvicinare a sé quella fetta di popolazione radicale e fascistoide a cui ha dimostrato di tenere almeno un po’ in tempi recenti – tanto da pubblicarci un libro, a quanto pare.

Ma il problema è che i vecchi tormentoni non sono più freschi come un tempo, ormai non si può retrocedere: il mercato della Cannabis Light è nel pieno del suo boom economico. Il mondo intero si è quasi convinto che la Cannabis non è una droga da condannare a priori, ma al contrario si può rivelare l’alleato migliore per combattere la criminalità organizzata e il mercato nero. I tempi sono maturi per un cambio di rotta radicale e gli italiani si stanno svegliando dal tepore e arriveranno a capire che no, l’ambizione della vita non può essere prendere un caffè con Matteo Salvini.

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Svolta sostenibile di Lego: usare la Bioplastica di Canapa?

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Impossibile non conoscere Lego, la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). Probabilmente è una delle aziende che vende di più nel settore: questo vuol dire che la quantità di mattoncini – realizzata in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile – è molto alta, così come lo sono gli scarti non biodegradabili che vengono inevitabilmente prodotti.

L’azienda lo sa bene – ma soprattutto, da multinazionale quale è, deve dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini e di altri componenti delle scatole da costruzione non può andare avanti ancora a lungo, perciò l’azienda sta lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli elementi “vegetali” dei set Lego saranno costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – ha iniziato a produrre alcuni componenti delle famose scatole-giocattolo in bioplastica.

Per la precisione, tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che sostituisce (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla, per quanto riguarda la produzione in bioplastica, dell’1-2 per cento del totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica – i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

La ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche: generalmente considerate un’alternativa molto più ecosostenibile della plastica tradizionale, non sono però un materiale propriamente a basso impatto. Inoltre, la qualità della resa non è certamente paragonabile a quella della plastica da petrolio.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi, ma soltanto il 2 per cento dei suoi prodotti è di origine vegetale: attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare. Assieme a CocaCola, Nestle, McDonalds – e molte altre big – sta investendo molto nella ricerca, nella speranza di trovare un modo per rendere l’utilizzo di polimeri biologici sostenibile.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi riscontrati finora – che hanno impedito la produzione in massa dei mattoncini di bioplastica – sono la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Usare scarti di mais, grano e canna da zucchero non si è rivelata la soluzione perfetta per questo problema ingombrante che è, per un colosso dei giocattoli, di importanza primaria.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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La Cassazione Vieta la Light, Mantero Risponde [DDL Allegato]

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Pochi giorni fa, la Corte Suprema di Cassazione ha depositato le Motivazioni che hanno portato al divieto di Vendita della Cannabis Light con effetto drogante.

Ebbene, se qualcuno pensava che le motivazioni potessero in un certo senso dare un po’ d’aria a chi lavora nel settore, mi spiace dire che non è stato così.

Infatti da quanto emerge dalle 19 pagine, la Vendita di Cannabis Light è stata praticamente resa illegale, o meglio, non è stato dato un valore numerico a questa – santa – efficacia drogante.

La cassazione in pratica rimanda la questione ai vari tribunali di turno che di volta in volta dovranno decidere se quello specifico lotto è o meno drogante (?).

In pratica è peggio di prima.

Mantero all’Attacco per salvare la Cannabis Light

Non tarda ad arrivare un primo post di Mantero (M5S) a tutela del mercato creatosi, andando a fare un elogio ai tantissimi – soprattutto giovani – che si sono buttati in questo Business, nonostante le tante zone grige.

È ancor più importante però il secondo post pubblicato sempre da Mantero nella giornata odierna, che comunica agli addetti ai lavori che:

E’ pubblicata e sottoscritta da tanti altri colleghi, la mia proposta di modifica della legge n. 242 del 2016 

Il Disegno di legge infatti è stato presentato il 5 giugno e solo oggi, a distanza di più di un mese, è arrivata la notizia della pubblicazione ufficiale.

L’iter è ovviamente lunghissimo come al solito, ma il solo fatto che alcuni esponenti del governo si schierino al fianco della Cannabis Light, fa ben sperare.

Non è ancora nota la data della calendarizzazione del DDL, anche se Mantero assicura e spera in una discussione il prima possibile.

Cosa prevede il Disegno di Legge?

Viene consentita la vendita di derivati della Cannabis Light per ben 2 categorie merceologiche: uso alimentare e uso erboristico.

Si garantisce – finalmente – la tutela dei consumatori dato che le confezioni dovranno mostrare il contenuto di THC – che non dovrà superare lo 0,6% -, il contenuto di CBD e dovrà essere garantita l’assenza di inquinanti come metalli pesanti e patogeni.

Inoltre dovrà essere indicata la provenienza della produzione, e ovviamente dovranno essere rispettati tutti gli altri parametri relativi alle categorie merceologiche.

Si permetterà la possibilità di poter fare taleaggio e addirittura una parte del fondo dell’agricoltura potrà essere dato agli agricoltori che voglio sviluppare nuove genetiche per il mercato.

Insomma a distanza di 3 anni dall’approvazione delle 242/16 arriva finalmente l’upgrade necessario e mai fatto.

Molti si lamenteranno del fatto che si sta pensando troppo alla light e poco alla legalizzazione, tuttavia i temi vanno trattati separatamente, dato che dalla light, oggi, dipendono +3000 realtà aziendali.

P.S. Qui trovi l’iter del DDL e il relativo Testo completo

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