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Narcotraffico: la Mafia e i Cartelli della Droga

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Narcotraffico e Mafie. La situazione Italiana, Messicana e Americana

Il crimine organizzato – termine con cui intendiamo tutte quelle organizzazioni che operano con un metodo mafioso – ha da sempre tratto i maggiori profitti dai traffici illeciti. Specialmente in luoghi dove, instaurandosi, è diventato un sistema di potere fondato sul consenso sociale della popolazione, di cui ha il massimo controllo.

La Mafia, nello specifico, si considera come uno Stato parallelo allo Stato di diritto, mentre le organizzazioni criminali – come i Cartelli della Droga – operano in modo diverso, traendo benefici esclusivamente nel campo del narcotraffico – pur essendo entrambi un sistema criminale che opera a livello internazionale.

(Se un cartello dovesse mai accordarsi ad altre organizzazioni illecite e/o mafiose – ed estendersi quindi ad altre attività illegali – smetterebbe di essere tale, diventando una qualsiasi banda di delinquenti).

Messico, il principale produttore di Cannabis

Un militare Messicano in turno di vedetta, durante la maxi operazione che ha portato all'arresto di El Chapo Guzman. Re del Narcotraffico Messicano

Un militare Messicano in turno di vedetta, durante la maxi operazione che ha portato all’arresto di El Chapo Guzman. Re del Narcotraffico Messicano

Attualmente sono i Cartelli messicani e sudamericani a rifornire gli Stati Uniti di sostanze stupefacenti e droghe leggere (metà delle entrate dei Cartelli provengono quasi esclusivamente dalla cannabis).

La situazione, però, è quella di un conflitto armato perenne: la guerra messicana della droga, in cui i cartelli combattono contro altri cartelli (e insieme combattono contro il governo messicano) iniziata durante gli anni ’80 in Colombia, quando si scoprì che la cocaina avrebbe potuto rendere molto di più del traffico di sigarette (ma abbiamo guardato tutti Narcos).

In realtà, la storia del narcotraffico nasce parecchi anni prima, precisamente a New York – famosissima sede delle Cinque Famiglie – ad opera di Cosa Nostra Americana, o come si preferisce chiamarla: The Mafia.

Emerse in America all’inizio del Novecento (ma le sue radici nella madrepatria sono più profonde) nei quartieri poveri italiani seguendo l’ondata migratoria – dalla Sicilia, ma in generale tutto il Sud Italia – ed è stata la più potente organizzazione criminale degli USA.

Il proibizionismo degli anni venti, involontariamente, rafforzò il contrabbando gestito dalla Mafia: era partita dalle sigarette, passata all’alcol negli anni ’20 e giunta infine al narcotraffico.

(Dal 1937 anche la marijuana era divenuta illegale in America, entrando a far parte della rosa ufficiale delle sostanze stupefacenti messe al bando dallo Stato: la campagna propagandistica fu letale e diffuse l’idea di un’erba che portasse a pazzia e inevitabile morte).

La Guerra alla droga di Nixon

Gli anni ’70 videro aumentare esponenzialmente il consumo di droghe, diffuso nel clima della cultura hippie ma anche tra i soldati impegnati nella guerra del Vietnam. Più in generale, fu un fenomeno di costume di cui si vide subito il potenziale redditizio.

Cosa Nostra, nel tempo, si era assicurata il controllo del narcotraffico sia in Europa che negli USA, gestendo i traffici tra Palermo, Marsiglia e New York. Scoppiarono delle vere e proprie guerre di mafia e molti vennero assassinati: l’opinione pubblica iniziò, allora, a parlare ad alta voce di Mafia.

La rete distributiva dell’eroina negli States era in mano a mafiosi siciliani emigrati che, avendo rilevato pizzerie e ristoranti italiani, riciclavano e coprivano l’importazione dell’eroina da Palermo (che nel 1977 divenne il principale centro di esportazione dell’eroina).

Il 1979 concluse il periodo d’oro dei gangster (italo)americani, quando scoppiò l’inchiesta giudiziaria Pizza Connection – le pizzerie erano state usate, ovviamente, come base per lo spaccio – riguardante il traffico di droga internazionale. Fu l’indagine più complessa mai intrapresa dall’FBI, che collaborò intensamente con la magistratura italiana.

Narcotraffico, Mafia e Stato: il caso Italia

Marcello dell'Utri, Mario Mori, Nicola Mancino e Massimo Ciancimino, condannati per le questioni relative alla trattativa Stato-Mafia.

Marcello dell’Utri, Mario Mori, Nicola Mancino e Massimo Ciancimino, condannati per le questioni relative alla trattativa Stato-Mafia.

Il 13 settembre 1982 in Italia venne varata la legge n. 646, che introdusse nel codice penale italiano l’art. 126-bis il quale prevedeva, per la prima volta, il reato di associazione di tipo mafioso. L’equivalente italiano del Pizza Connection fu – con un decennio di ritardo – il Maxiprocesso, che compì numerosi arresti, ma fu seguito da una serie di stragi: la Mafia voleva dimostrare quanto, nonostante i progressi compiuti dalla magistratura italiana, fosse ancora profondamente radicata nel territorio.

In seguito a quel caso si ipotizzò l’esistenza di una Trattativa Stato-Mafia: una negoziazione intrapresa tra Cosa Nostra e lo Stato italiano per far cessare la stagione stragista e in cambio attenuare la lotta alla mafia intrapresa dal Pool di Palermo.

La Mafia, quando parla dei suoi rapporti con lo Stato Italiano, usa il termine Rito Peloritano: una commistione di interessi e intenti tra poteri contrapposti che dovrebbero essere in contrasto tra loro, ma in realtà collaborano per mantenere lo status quo. Si riferisce proprio ai contatti, spesso fin troppo evidenti, tra organizzazioni mafiose, istituzioni statali e magistratura.

Nonostante gli arresti, l’Italia conta su una varietà di criminalità organizzate di tipo mafioso da far invidia al mondo intero, tale da rendere la situazione attuale un complesso intreccio di interessi e responsabilità. Ovviamente le varie associazioni mafiose e i cartelli della droga – organismi internazionali paragonabili a delle multinazionali – possiedono il controllo assoluto del narcotraffico mondiale: costituiscono di fatto una para-economia, poiché gestiscono altissime somme di denaro che procurano loro ricchezza, potere e influenza.

Le associazioni mafiose non cesseranno di esistere almeno finché esisterà l’abuso di droga (nonostante basino le loro entrate su una vasta gamma di attività illecite, dal traffico di umani allo smaltimento dei rifiuti).

Il narcotraffico è l’affare del millennio.

« Legalizzare le droghe leggere farà estinguere le mafie? Nemmeno a parlarne. Legalizzare le droghe leggere farà scomparire completamente il mercato illegale? Ovviamente no. E allora perché legalizzare? Perché legalizzarle indebolirà le mafie sottraendo loro capitali e allo stesso tempo ridimensionerà il mercato illegale. Chi vorrà fumare uno spinello preferirà di certo sostanze controllate che si possono acquistare regolarmente, senza incorrere in sanzioni, e non andrà a cercare un pusher giù in strada, non chiamerà lo spacciatore che si “leva” il fumo in casa, inventando parole in codice al telefono per capire se è un momento buono per andare a prenderlo o no.»

Roberto Saviano

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Finalmente Legalizzata la Cannabis Light <0.5%

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Coltivare Cannabis Legale in Italia

Ebbene sì, dopo un anno di infiniti tira e molla nelle svariate commissioni, dopo le migliaia di commenti negativi e anche di supporto verso chi almeno ci ha provato, la fiducia ormai persa delle migliaia di persone che hanno investito, oggi 12 dicembre 2019 arriva finalmente una buona notizia per chi ha investito nel settore della Cannabis Light.

Il senatore Mantero, insieme a Francesco Mollame (M5S), Loredana De Petris e Paola Nugnes (LeU), Monica Cirinnà e Daniela Sbrollini (PD) sono riusciti nell’ardua impresa. È passato infatti uno dei 2 emendamenti che permetterebbe al settore della Light di poter respirare, finalmente.

Molti all’inizio avevano urlato al MONOPOLIO e addirittura alla truffa, non mi dimentico di voi, anche perché siete gli stessi che oggi Gioiscono. ( la coerenza la lacisate sotto al tappeto o nella stagnola)

L’emendamento nel dettaglio

Matteo Mantero e Francesco Mollame
Matteo Mantero e Francesco Mollame (5S) in commissione bilancio durante l’approvazione dell’emendamento

In attesa di analizzare il testo completo, sappiamo che l’emendamento in questione, va a modificare la 242/16 e finalmente riconosce il fiore della pianta come tale.

Viene inoltre modificato il DPR in materia di stupefacenti e viene imposto il limite dello 0.5% di THC, al di sotto del quale non si può considerare sostanza stupefacente.

“… non è un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza…” queste le prime dichiarazioni del senatore Mantero, che con entusiasmo comunica su facebook la notizia.

Per concludere con “I canapicoltori e negozianti potranno lavorare un po’ più tranquilli”.

Sicuramente non è una vittoria eclatante – e nè è conscio lo stesso Mantero -, ma da la libertà di poter lavorare a tutto il comparto cannabico italiano.

L’emendamento, o meglio il sub-emendamento è stato inserito nella legge di bilancio che dovrà essere discussa in parlamento, tuttavia questo non è modificabile (emendabile), pertanto se dovesse passare la legge di bilancio, passerà anche l’emendamento in tutta la sua integrità.

Capodanno coi fiocchi, e con i fiori

Indipendentemente da quello che è il personale giudizio politico, va riconosciuta a Mantero la tenacia e perseveranza che tra le altre cose vorrei vedere in più soggetti politici.

Nel giro dell’ultimo anno ne avrà lette di tutti i colori sul suo conto e sul suo operato, eppure è andato avanti per la sua strada, scontrandosi anche con i muri interni del 5S.

È vero che non è stata legalizzata la cannabis, però la possibilità di poter lavorare in modo libero e a testa alta per oltre 10000 persone è comunque un importante traguardo.

Sperando che il prossimo obiettivo, sia la Legalizzazione e Autoproduzione.

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Lego vuole usare la Bioplastica di Canapa

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Impossibile non conoscere Lego: la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). La conosciamo tutti perché produce – praticamente da sempre – dei meravigliosi mattoncini realizzati in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile che, inevitabilmente, si trasformano in scarti non biodegradabili.

L’azienda lo sa bene – soprattutto, da multinazionale quale è, dovrebbe dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini, a lungo andare, produrrà tonnellate di plastica inquinante: non di certo facile da gestire in un mondo sommerso dalla spazzatura. Sembra però che l’azienda stia lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli alberi dei set Lego costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – si è impegnato nella produzione di alcuni componenti giocattolo in un materiale diverso: la bioplastica.

Tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che, in futuro, potrebbe sostituire (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla ancora di una copertura massima di 1-2% sulla produzione totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica: i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

Il problema principale è che la ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche. Non se ne sa molto, anche se certamente sono un’alternativa ecosostenibile rispetto alla plastica tradizionale.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi e, attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare.

Si spera che assieme a Lego, anche altri – come CocaCola, Nestle, McDonalds e molte altre big – investano nella ricerca: l’alternativa c’è, bisogna solo applicarla su scala globale.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi (per un possibile uso applicato a tutta la produzione) riscontrati finora sono: la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Inoltre, usare scarti di mais, grano e canna da zucchero garantisce la stessa resa.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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