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Mercato Nero e Hashish: una Storia che deve Finire

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Mercato Nero dell'Hashish

Il Mercato Nero nasce e si sviluppa ovunque vi sia proibizionismo – anche lieve – e le sue conseguenze politico-sociali non possono che essere pessime.

Nel caso specifico della Cannabis, in assenza di una legalizzazione – che la immetterebbe nel circuito del mercato legale – le conseguenze della sua permanenza nel mercato illegale riguardano le modalità con cui le infiorescenze o l’hashish vengono trattati.

Quante volte abbiamo sentito parlare di fumo tagliato?

“Tagliare il fumo” è un processo con cui si “allunga” l’hashish con altri prodotti o sostanze di vario tipo, che lo corrompono. Lo scopo è aumentare la quantità totale di prodotto destinata al mercato nero, ottenendo quindi un maggior rientro economico. Il tutto a fronte di una qualità più bassa, ovviamente.

Questo processo è perciò spinto da un forte scopo di lucro, seguendo il mantra economico del mondo moderno: minimizzare i costi ed aumentare i profitti.

Ma non è questo il vero problema: tutte le distinte linee commerciali che danno vita al mercato nero sono prive di controllo. Tale mancanza è dovuta all’assenza – ed è questo il cardine del mercato nero – di equità di mercato, seguendo invece delle regole che vanno in direzione opposta al sistema commerciale riconosciuto.

Che tipo di sostanze circolano nel Mercato Nero?

L’Italia è un paese tanto piccolo quanto pregno di mafie ed organizzazioni criminali ramificate in ogni settore, che ad oggi sono vere e proprie macchine da soldi e continuano ad avere il monopolio su uno dei mercati più solidi e potenti (non avendo mai riscontrato crisi o picchi).

In Italia, man mano che si affronta il tema della legalizzazione della Cannabis, una delle prime argomentazioni – sempre più largamente condivisa – è proprio quella di legalizzare al fine di sottrarre soldi a chi, formando il mercato nero, incassa milioni dal traffico di queste sostanze “tagliate”.

Ma tagliare con cosa? Sfatiamo subito uno dei più grandi miti: l’hashish tagliato con l’eroina.

Innanzitutto, è assolutamente contro economica anche la sola presenza di eroina nel fumo per una semplice logica economica: non si può utilizzare una sostanza che comporterebbe costi aggiuntivi e decisamente più elevati.

Ma essendo l’hashish particolarmente facile da tagliare, sono state documentate grandi quantità di sostanze nocive utilizzate per tagliare l’hashish, che ne aumentano il peso totale. Per lo più sono usate resine di pino o abete mescolate a quelle di cannabis.

Di certo non rappresentano un toccasana per il nostro organismo – possono provocare irritazione alle mucose – ma sono rarissimi i casi riportati di hashish tagliato con sostanze realmente dannose per il nostro corpo.

Con cosa viene tagliato l’hashish (giusto per farvi passare la voglia di compare in piazzetta prossimamente)

Agli inizi del 2000, in Inghilterra, si diffuse un particolare tipo di hashish (se così si può chiamare) che tutti conoscevano come Soap Bar, ovvero stecca di sapone.

Un gruppo di ricercatori intervistò diversi soggetti che avevano avuto a che fare con questa stecca, molti dei quali sostenevano fosse tagliata con il diesel e che spesso vi si potevano addirittura riconoscere tracce evidenti di plastica. Solo tre campioni vennero analizzati chimicamente:

-un campione presentava effettivamente tracce di gasolio;

-un altro campione risultava composto all’80% di terra;

Nel 2015 è stata invece pubblicata una ricerca sull’Israel Journal of Plant Sciences che provò la presenza sul mercato israeliano e su quello della Repubblica Ceca di “falso hashish”, cioè fumo che al suo interno conteneva pochissima resina di cannabis addizionata con due tipi di sostanze: l’ormai consueta resina degli alberi e l’henné, ovvero la miscela vegetale che nei paesi del nord Africa si usa come colorante (quello che viene usato per i tatuaggi temporanei).

Il problema con il Mercato Nero è cosa non sappiamo

La presenza sul mercato nero – non frequente ma verificata – di partite di hashish contaminate da gasolio o escrementi nei casi estremi non è da addebitare alla produzione ma al trasporto: inquinamento fortuito quindi, non volontaria adulterazione.

Spesso l’hashish varca in confini europei o dalla Spagna con i cosiddetti culeros (piccola manovalanza del narcotraffico che trasporta ovuli di hashish ingeriti nello stomaco che vengono poi espulsi attraverso la defecazione) o stipata nel serbatoio di auto e moto, dove se non imballata ad arte può essere contaminata dal carburante.

Non è possibile tenere sotto controllo tutte le sostanze che i consumatori rischiano di assumere quotidianamente, perché le sostanze che circolano illegalmente non vengono analizzate e controllate.

Tra queste ve ne sono alcune la cui tossicità o pericolosità è relativa (la paraffina), mentre ve ne sono altre che risultano molto più dannose come sabbia o vetro polverizzato, molto usati nel nord europa anche per i tagli della marijuana, in grado di causare infiammazioni gravi, lesioni etc.

Tra i vari paesi europei, l’unico Stato che sembra prendere sul serio questa situazione degli adulteranti nell’hashish e nella Marijuana è la Spagna. Ma neanche troppo, perché è impossibile delineare i confini del Mercato Nero e chi ne è coinvolto. Tutto ciò che si muove nell’illegalità di certo non punta alla trasparenza e alla qualità.

 

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Finalmente Legalizzata la Cannabis Light <0.5%

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Coltivare Cannabis Legale in Italia

Ebbene sì, dopo un anno di infiniti tira e molla nelle svariate commissioni, dopo le migliaia di commenti negativi e anche di supporto verso chi almeno ci ha provato, la fiducia ormai persa delle migliaia di persone che hanno investito, oggi 12 dicembre 2019 arriva finalmente una buona notizia per chi ha investito nel settore della Cannabis Light.

Il senatore Mantero, insieme a Francesco Mollame (M5S), Loredana De Petris e Paola Nugnes (LeU), Monica Cirinnà e Daniela Sbrollini (PD) sono riusciti nell’ardua impresa. È passato infatti uno dei 2 emendamenti che permetterebbe al settore della Light di poter respirare, finalmente.

Molti all’inizio avevano urlato al MONOPOLIO e addirittura alla truffa, non mi dimentico di voi, anche perché siete gli stessi che oggi Gioiscono. ( la coerenza la lacisate sotto al tappeto o nella stagnola)

L’emendamento nel dettaglio

Matteo Mantero e Francesco Mollame
Matteo Mantero e Francesco Mollame (5S) in commissione bilancio durante l’approvazione dell’emendamento

In attesa di analizzare il testo completo, sappiamo che l’emendamento in questione, va a modificare la 242/16 e finalmente riconosce il fiore della pianta come tale.

Viene inoltre modificato il DPR in materia di stupefacenti e viene imposto il limite dello 0.5% di THC, al di sotto del quale non si può considerare sostanza stupefacente.

“… non è un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza…” queste le prime dichiarazioni del senatore Mantero, che con entusiasmo comunica su facebook la notizia.

Per concludere con “I canapicoltori e negozianti potranno lavorare un po’ più tranquilli”.

Sicuramente non è una vittoria eclatante – e nè è conscio lo stesso Mantero -, ma da la libertà di poter lavorare a tutto il comparto cannabico italiano.

L’emendamento, o meglio il sub-emendamento è stato inserito nella legge di bilancio che dovrà essere discussa in parlamento, tuttavia questo non è modificabile (emendabile), pertanto se dovesse passare la legge di bilancio, passerà anche l’emendamento in tutta la sua integrità.

Capodanno coi fiocchi, e con i fiori

Indipendentemente da quello che è il personale giudizio politico, va riconosciuta a Mantero la tenacia e perseveranza che tra le altre cose vorrei vedere in più soggetti politici.

Nel giro dell’ultimo anno ne avrà lette di tutti i colori sul suo conto e sul suo operato, eppure è andato avanti per la sua strada, scontrandosi anche con i muri interni del 5S.

È vero che non è stata legalizzata la cannabis, però la possibilità di poter lavorare in modo libero e a testa alta per oltre 10000 persone è comunque un importante traguardo.

Sperando che il prossimo obiettivo, sia la Legalizzazione e Autoproduzione.

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Lego vuole usare la Bioplastica di Canapa

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Impossibile non conoscere Lego: la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). La conosciamo tutti perché produce – praticamente da sempre – dei meravigliosi mattoncini realizzati in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile che, inevitabilmente, si trasformano in scarti non biodegradabili.

L’azienda lo sa bene – soprattutto, da multinazionale quale è, dovrebbe dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini, a lungo andare, produrrà tonnellate di plastica inquinante: non di certo facile da gestire in un mondo sommerso dalla spazzatura. Sembra però che l’azienda stia lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli alberi dei set Lego costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – si è impegnato nella produzione di alcuni componenti giocattolo in un materiale diverso: la bioplastica.

Tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che, in futuro, potrebbe sostituire (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla ancora di una copertura massima di 1-2% sulla produzione totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica: i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

Il problema principale è che la ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche. Non se ne sa molto, anche se certamente sono un’alternativa ecosostenibile rispetto alla plastica tradizionale.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi e, attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare.

Si spera che assieme a Lego, anche altri – come CocaCola, Nestle, McDonalds e molte altre big – investano nella ricerca: l’alternativa c’è, bisogna solo applicarla su scala globale.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi (per un possibile uso applicato a tutta la produzione) riscontrati finora sono: la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Inoltre, usare scarti di mais, grano e canna da zucchero garantisce la stessa resa.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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