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L’esperienza sciamanica quando a Creta c’erano i Minoici

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L'esperienza sciamanica quando a Creta c'erano i minoici

La sua fama è a noi oggi comune anche grazie alla mitologia: chi pensando a Creta non pensa automaticamente a Minosse e al suo labirinto abitato dal Minotauro?

Uno degli aspetti più interessanti trattati nell’ambito degli studi culturali è lo studio dei rituali e del ruolo che essi occupavano nella vita quotidiana. Nella religione minoica, in particolare, recenti studi hanno confermato il forte richiamo che queste genti avevano nei confronti dei rituali religiosi. Sono principalmente due gli aspetti peculiari che emergono:

  • l’importanza delle arti pittoriche, concepite come la simbolizzazione di eventi che realmente accadevano;
  • la forza che la nozione di ritualità aveva all’interno della struttura religiosa;

Un esempio che si può fare per capire meglio il perché la ritualità era così importante è quello dell’epifania (la rivelazione della divinità) che essenzialmente aveva due aspetti: quello dell’azione “esterna” puramente simbolica, la quale era finalizzata a provocare uno stato psicologico ed emozionale che a propria volta avrebbe provocato uno stato alterato della coscienza, ovvero un’esperienza mistica creata dall’interazione tra mente, corpo e spirito.

Si deve innanzitutto considerare la profonda connessione che c’era tra la religione minoica e la natura: la visione vittoriana, quindi occidentalizzata, della religione minoica la vede principalmente incentrata su una Dea Madre nutrice accompagnata da un giovane consorte.

Ma quando si analizza il passato si deve considerare che i termini attraverso i quali il mondo circostante viene analizzato sono diversi da quelli del mondo antico, laddove fatti e cose che oggi potrebbero apparire scontati non erano altrettanto ovvi in contesti così diversi da quello attuale.

La natura può sicuramente essere funzionale a raggiungere l’epifania di una divinità, ma difficilmente la natura è vista come una vera e propria divinità. Difatti, gli antropologi hanno da tempo riconosciuto che le concezioni della natura sono costruite socialmente e che quindi il nostro dualismo moderno non dovrebbe essere proiettato sul passato. La natura è considerata veicolo per l’epifania di una divinità e può incarnare il divino, ma non è considerato come divinità in sé.

Termini come “trance estatica“, “frenesia orgiastica” e “possessione” non sono termini difficili da trovare nell’ambito della religione minoica, dato che ne rappresentavano un’importante punto focale che ci parla di un’alterazione della coscienza, provocata dall’estrema connessione che si creava con la natura, quando la mente umana non aveva ancora la risposta a moltissime domande e si rendeva necessario trovare una soluzione alle incertezze.

Uno dei luoghi in cui avvenivano questi rituali erano sicuramente i santuari in grotta, questi erano luoghi sacri spesso visibili dai palazzi vicini o dagli insediamenti circostanti. Gli elementi maggiormente caratterizzanti di questi luoghi di culto erano le stalagmiti, che spesso erano utilizzate per delimitare le aree più importanti della caverna. Alcune volte le stesse stalagmiti erano contrassegnate da un marchio come quello delle “doppie asce” (probabilmente un’ascia utilizzata per i sacrifici, spesso rappresentata in mano a divinità femminili, ciò chiaramente denota un simbolo del potere della figura femminile, ma non possiamo dirlo per certo).

La trance all’interno delle grotte avveniva nella totale oscurità, o con gli occhi coperti, al fine di vedere in modo “più chiaro” e vivere appieno l’esperienza. L’ampio spazio, l’umidità e le stalagmiti contribuivano all’amplificazione del suono e assieme agli effetti visivi che si creavano con i giochi di luce inducevano ai partecipanti uno stato mentale alterato: in particolare la risonanza all’interno di una grotta può migliorare il
costante e ripetitivo suono di sonagli o tamburi, condizione necessaria per ottenere uno stato mentale alterato.

Testimonianze parlano di esempi come la grotta Diktaian all’interno della quale i Kouretes (ballerini armati e crestati che adoravano la dea frigia Cybele con danze e tamburi) danzavano, battendo i loro scudi con l’ausilio delle lance e percuotendo i tamburi, per sconfiggere la malinconia di Zeus. Danzare con l’ausilio di strumenti da percussione era una delle numerose tecniche per involgere in stati di alterazione mentale.

Si trattava di un metodo non-tecnologico finalizzato a sviluppare la mente umana, per salute e guarigione; infatti sono gli stessi principi di base del potere sciamanico che testimoniano che la guarigione si era evoluta in diversi ambienti ecologici e culturali. La tecnica sciamanica veniva quindi appresa attraverso la conoscenza e l’esperienza acquisite e, se accompagnata dall’ausilio dell’ambiente adatto e di azioni simboliche come danze e percussioni, inducevano questo stato di coscienza alterata – ma restando coscienti, era importantissima la coscienza! – che, una volta cessato, permetteva ai partecipanti di ritornare all’ordinario stato di coscienza.

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