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CSR: il vero motore delle industrie di Cannabis

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Le organizzazioni sono sistemi aperti, che interagiscono con una molteplicità di stakeholders e che attraverso questa interazione sono in grado di creare (o, troppo spesso, distruggere) un valore più ampio di quello economico, ossia il valore sociale.

Per chi è nuovo alla CSR – Corporate Social Responsibility -, The Financial Times lo descrive come

un movimento volto a incoraggiare le aziende ad essere più consapevoli dell’impatto delle loro attività sul resto della società, compresi i propri stakeholders e l’ambiente. Rappresenta un approccio imprenditoriale che contribuisce allo sviluppo sostenibile offrendo benefici economici, sociali e ambientali per tutte le parti interessate.

Le imprese europee di cannabis possono creare un’industria che stabilisce nuovi standard in materia di pratiche commerciali etiche. Il primo passo sarebbe smettere di considerare la CSR come un fattore di costo o un rischio e iniziare a vederlo come una fonte di innovazione e ricavi futuri.

Aspetti primari della CSR

L’industria europea della cannabis dovrebbe concentrarsi:

  1. Istruzione. L’obiettivo è raccogliere e fornire tutti gli strumenti necessari per consentire ai consumatori istruiti decisioni. Pertanto, le aziende devono informare ed educare i pazienti, i consumatori ed il pubblico in generale, oltre a mantenersi costantemente informati e istruiti. La scienza è fondamentale in questo. I dati sempre più chiari ed inequivocabili riferiti alla cannabis devono rappresentare un trampolino di lancio che porti ad una sponsorizzazione di essa. Si, sponsorizzazione è la parola giusta, così come la scienza deve essere chiaramente a disposizione di tutti e presentata nel modo più chiaro e semplificato possibile, essendo il principale strumento di sviluppo e progresso sin dall’antichità. Per comprendere meglio il senso ciò, riportiamo le parole di un grande fisico statunitense, Brian Greene, tra i più importanti studiosi della teoria delle stringhe:

    Quando i giovani, ma ingenerale le persone, stimeranno gli scienziati come stimano musicisti ed attori, la nostra civiltà si evolverà ad un livello superiore.

     

  2. Trasparenza. Mantenimento dell’imparzialità, promozione della responsabilità e contributo alla demistificazione di cannabis. Ciò può essere ottenuto fornendo informazioni obiettive, riferendo regolarmente sulla responsabilità sociale delle imprese attività e cambiando la narrativa che circonda la cannabis per creare un’immagine di professionalità e affidabilità.
  3. Regolamento. Per prevenire una crescita incontrollata del mercato, le imprese dovrebbero rispondere a un’entità regolatrice che controlla il mercato. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra i fautori della regolamentazione e la libertà imprenditoriale, garantendo standard di qualità e coerenza sui prodotti a base di cannabis.
  4. Cittadinanza aziendale. Le imprese europee di cannabis devono essere considerate come risorse per la comunità. Per farlo, hanno bisogno di essere membri attivi della comunità e fare più di quanto richiesto dalla legge. Questo implica stabilire linee dirette di comunicazione con le rispettive comunità, collaborazioni con le loro reti di stakeholders e strutturare iniziative per incoraggiare la giustizia sociale, la protezione dei minori e dei giovani. La buona cittadinanza aziendale richiede per grandi linee questi fattori.
  5. Impegno ambientale. Le imprese europee devono impegnarsi per la sostenibilità ambientale. Ciò potrebbe richiedere, ad esempio, alcune modifiche (in parte già attuate) da introdurre nelle aziende sia nell’ambito della mera produzione industrializzata che nel campo dell’approvvigionamento delle risorse, o meglio, del tipo di risorse. Nel settore agricolo si sta dando sempre più importanza a coltivazioni all’aperto (diminuendo il numero di colture e allevamenti intensivi), all’uso consapevole di pesticidi, alla riduzione degli imballaggi in plastica visto che il packaging diventerà prima o poi un problema a causa del sovrannumero di prodotti venduti e confezionati, all’implementazione delle migliori pratiche di coltivazione per gestire efficacemente l’acqua e le altre risorse naturali costose. La componente ambientale in termini ad esempio di certificazione biologica, impatti sui cambiamenti climatici, gestione dei rifiuti in una certa misura

Le industrie esistenti (in ogni campo) possono offrire utili esempi per le imprese di cannabis. Quest’ultime devono provare a capire quale strada percorrere per avere una giusta politica al fine di portare redditività alla singola azienda senza tralasciare assolutamente la “predominante” parte etica visto che  – non dimentichiamolo – ognuno ha il suo insieme di opportunità e di conseguenti impatti a discapito di tutti.

Europa: il più grande Mercato di Cannabis Medica al Mondo?

Come si gestisce però un business in modo appropriato ora che sta diventando un settore finanziato a livelli enormi e sempre crescenti?

Oggi i consumatori sono molto consapevoli, i governi sono molto vigili, gli attivisti sono estremamente esigenti, azionisti ed investitori son sempre più esigenti nell’includere fattori ambientali, sociali e di governance nelle loro decisioni di investimento, i cosiddetti investimenti di responsabilità sociale o gli investimenti a impatto.

Parliamo di un uso responsabile: c’è bisogno di alzare il livello dei propri impegni, delle rispettive politiche, dei propri programmi, dei propri indicatori di performance, dei protocolli che si applicano alle singole operazioni. Tutti questi punti aprono le porte ad un obiettivo chiave: dimostrare che ci si evolve verso un uso responsabile.

Le questioni sulla governance e sull’etica sono e saranno davvero importanti, perché parliamo di un settore che è stato criminale, non criminalizzato, da molto tempo.

A noi il compito di dire che, poiché i comportamenti responsabili delle imprese fanno bene all’economia, all’ambiente e allo sviluppo della società, ciascun governo naturalmente può subito:

  •  Studiare e applicare un sistema di incentivi fiscali per le imprese impegnate
  • Promuovere campagne di informazione efficaci verso i consumatori
  • Premiare gli atenei che nell’offerta didattica prevedano corsi e seminari sulla CSR intesa come strumento di crescita culturale.

 

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Finalmente Legalizzata la Cannabis Light <0.5%

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Coltivare Cannabis Legale in Italia

Ebbene sì, dopo un anno di infiniti tira e molla nelle svariate commissioni, dopo le migliaia di commenti negativi e anche di supporto verso chi almeno ci ha provato, la fiducia ormai persa delle migliaia di persone che hanno investito, oggi 12 dicembre 2019 arriva finalmente una buona notizia per chi ha investito nel settore della Cannabis Light.

Il senatore Mantero, insieme a Francesco Mollame (M5S), Loredana De Petris e Paola Nugnes (LeU), Monica Cirinnà e Daniela Sbrollini (PD) sono riusciti nell’ardua impresa. È passato infatti uno dei 2 emendamenti che permetterebbe al settore della Light di poter respirare, finalmente.

Molti all’inizio avevano urlato al MONOPOLIO e addirittura alla truffa, non mi dimentico di voi, anche perché siete gli stessi che oggi Gioiscono. ( la coerenza la lacisate sotto al tappeto o nella stagnola)

L’emendamento nel dettaglio

Matteo Mantero e Francesco Mollame
Matteo Mantero e Francesco Mollame (5S) in commissione bilancio durante l’approvazione dell’emendamento

In attesa di analizzare il testo completo, sappiamo che l’emendamento in questione, va a modificare la 242/16 e finalmente riconosce il fiore della pianta come tale.

Viene inoltre modificato il DPR in materia di stupefacenti e viene imposto il limite dello 0.5% di THC, al di sotto del quale non si può considerare sostanza stupefacente.

“… non è un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza…” queste le prime dichiarazioni del senatore Mantero, che con entusiasmo comunica su facebook la notizia.

Per concludere con “I canapicoltori e negozianti potranno lavorare un po’ più tranquilli”.

Sicuramente non è una vittoria eclatante – e nè è conscio lo stesso Mantero -, ma da la libertà di poter lavorare a tutto il comparto cannabico italiano.

L’emendamento, o meglio il sub-emendamento è stato inserito nella legge di bilancio che dovrà essere discussa in parlamento, tuttavia questo non è modificabile (emendabile), pertanto se dovesse passare la legge di bilancio, passerà anche l’emendamento in tutta la sua integrità.

Capodanno coi fiocchi, e con i fiori

Indipendentemente da quello che è il personale giudizio politico, va riconosciuta a Mantero la tenacia e perseveranza che tra le altre cose vorrei vedere in più soggetti politici.

Nel giro dell’ultimo anno ne avrà lette di tutti i colori sul suo conto e sul suo operato, eppure è andato avanti per la sua strada, scontrandosi anche con i muri interni del 5S.

È vero che non è stata legalizzata la cannabis, però la possibilità di poter lavorare in modo libero e a testa alta per oltre 10000 persone è comunque un importante traguardo.

Sperando che il prossimo obiettivo, sia la Legalizzazione e Autoproduzione.

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Lego vuole usare la Bioplastica di Canapa

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Impossibile non conoscere Lego: la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). La conosciamo tutti perché produce – praticamente da sempre – dei meravigliosi mattoncini realizzati in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile che, inevitabilmente, si trasformano in scarti non biodegradabili.

L’azienda lo sa bene – soprattutto, da multinazionale quale è, dovrebbe dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini, a lungo andare, produrrà tonnellate di plastica inquinante: non di certo facile da gestire in un mondo sommerso dalla spazzatura. Sembra però che l’azienda stia lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli alberi dei set Lego costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – si è impegnato nella produzione di alcuni componenti giocattolo in un materiale diverso: la bioplastica.

Tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che, in futuro, potrebbe sostituire (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla ancora di una copertura massima di 1-2% sulla produzione totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica: i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

Il problema principale è che la ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche. Non se ne sa molto, anche se certamente sono un’alternativa ecosostenibile rispetto alla plastica tradizionale.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi e, attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare.

Si spera che assieme a Lego, anche altri – come CocaCola, Nestle, McDonalds e molte altre big – investano nella ricerca: l’alternativa c’è, bisogna solo applicarla su scala globale.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi (per un possibile uso applicato a tutta la produzione) riscontrati finora sono: la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Inoltre, usare scarti di mais, grano e canna da zucchero garantisce la stessa resa.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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