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Cambia il mondo, cambia i tuoi vestiti: Canapa & Plastica riciclata

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Le Scarpe di Adidas in Plastica Riciclata recuperata dall'oceano.

L’industria della moda è uno dei fattori più inquinanti in assoluto, tra il fast fashion – che permette di arrivare a 54 microcollezioni all’anno – e la quantità di sostanze tossiche usate per produrre vestiti che costano meno di un panino.

Il settore tessile, attualmente, è il secondo più inquinante (dopo quello del petrolio, naturalmente). Un prezzo che non possiamo più permetterci, soprattutto poiché molti di noi comprano molti più vestiti di quanti in realtà indosseranno nella propria vita.

Secondo le Nazioni Unite l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato. Non è un dato rassicurante, anzi.

Che fare dunque? Nella nostra ottica “lo shopping è terapeutico” e siamo improntati a comprare sempre di più perché, alla fine, “non abbiamo niente da mettere” per quella festa a cui non possiamo sfigurare.

Per cambiare le nostre abitudini – ben radicate ma soprattutto sponsorizzate – abbiamo bisogno di una vera e propria rivoluzione, sull’esempio di brand e marchi internazionali che invece di indirizzarci verso un consumismo allarmante, ci facessero riconsiderare delle alternative da tempo dimenticate.

Se non dovessero rispettare i nostri attuali standard di moda, vorrà dire che ci sarà bisogno di cambiarli.

La Cannabis come alternativa Tessile Sostenibile

La canapa, tra i suoi molteplici usi, annovera quello tessile: anzi, parte proprio da questo. In tempi arcaici i Fenici – un popolo antichissimo, anteriore addirittura ai Romani – usavano le fibre della canapa per costruire le vele delle proprie navi; così anche le Repubbliche Marinare italiane, durante il loro periodo di maggior splendore, utilizzavano massicciamente la canapa per la produzione di vele, corde e materiali di vario genere. E sì, anche di vestiti.

Le parole si sprecano – ma noi di youweed non demordiamo, continuiamo a parlarne – per incentivare la coltivazione di canapa soprattutto per destinarla all’industria tessile: vestiti, scarpe e accessori vendibili su mercato a prezzi convenienti, ma soprattutto che garantiscano il minimo dispendio idrico, bassissime emissioni di CO2 e quasi zero diserbanti chimici.

In più – e non è da poco – parliamo di prodotti costruiti per la lunga durata nel tempo, contrariamente alla maggior parte dei vestiti in circolazione oggi.

I grandi Brand contro l’Inquinamento

Forse i tempi non sono ancora stati maturi perché tutti, in massa, ci rivolgessimo al mercato della canapa. Ma qualcos’altro si può fare – e in realtà si sta già facendo, soprattutto grazie a brand del calibro di Adidas.

Il celebre marchio sportivo ha decretato la fine del poliestere vergine a partire dal 2024 – data la mole della loro produzione, rivoluzionare l’intera industria nell’arco di pochi anni sarebbe impensabile – per la produzione di scarpe e indumenti sportivi.

Nel 2012 Adidasha prodotto le divise dei volontari dei Giochi Olimpici di Londra con plastica riciclata, ricavata dalle bottigliette d’acqua.

Nel 2016 ha iniziato una lunga collaborazione con Parleyf for the oceans: hanno realizzato scarpe, magliette e pantaloncini usando la plastica raccolta sulle spiagge, che altrimenti sarebbe finita nell’oceano. Insieme hanno prodotto anche costumi da bagno, ottenuti da scarti di nylon e reti da pesca – che sono la maggiore causa dell’inquinamento dei nostri mari.

La partnership si è estesa anche al mondo del calcio – ed è questo il modo migliore per arrivare al grande pubblico, Adidas lo sa bene – con la realizzazione delle divise home dei due club più rappresentativi del brand: Bayern Monaco e Real Madrid.

La Ocean Plastic TM utilizzata è stata creata con la plastica riciclata, recuperata da Parley in operazioni di pulizia nelle aree costiere delle Maldive. Il messaggio è chiaro, potente e visibile sugli schermi televisivi di tutto il mondo. Se i migliori giocatori del mondo possono indossare abiti in plastica riciclata, perché noi no?

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Svolta sostenibile di Lego: usare la Bioplastica di Canapa?

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Impossibile non conoscere Lego, la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). Probabilmente è una delle aziende che vende di più nel settore: questo vuol dire che la quantità di mattoncini – realizzata in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile – è molto alta, così come lo sono gli scarti non biodegradabili che vengono inevitabilmente prodotti.

L’azienda lo sa bene – ma soprattutto, da multinazionale quale è, deve dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini e di altri componenti delle scatole da costruzione non può andare avanti ancora a lungo, perciò l’azienda sta lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli elementi “vegetali” dei set Lego saranno costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – ha iniziato a produrre alcuni componenti delle famose scatole-giocattolo in bioplastica.

Per la precisione, tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che sostituisce (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla, per quanto riguarda la produzione in bioplastica, dell’1-2 per cento del totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica – i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

La ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche: generalmente considerate un’alternativa molto più ecosostenibile della plastica tradizionale, non sono però un materiale propriamente a basso impatto. Inoltre, la qualità della resa non è certamente paragonabile a quella della plastica da petrolio.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi, ma soltanto il 2 per cento dei suoi prodotti è di origine vegetale: attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare. Assieme a CocaCola, Nestle, McDonalds – e molte altre big – sta investendo molto nella ricerca, nella speranza di trovare un modo per rendere l’utilizzo di polimeri biologici sostenibile.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi riscontrati finora – che hanno impedito la produzione in massa dei mattoncini di bioplastica – sono la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Usare scarti di mais, grano e canna da zucchero non si è rivelata la soluzione perfetta per questo problema ingombrante che è, per un colosso dei giocattoli, di importanza primaria.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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La Cassazione Vieta la Light, Mantero Risponde [DDL Allegato]

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Pochi giorni fa, la Corte Suprema di Cassazione ha depositato le Motivazioni che hanno portato al divieto di Vendita della Cannabis Light con effetto drogante.

Ebbene, se qualcuno pensava che le motivazioni potessero in un certo senso dare un po’ d’aria a chi lavora nel settore, mi spiace dire che non è stato così.

Infatti da quanto emerge dalle 19 pagine, la Vendita di Cannabis Light è stata praticamente resa illegale, o meglio, non è stato dato un valore numerico a questa – santa – efficacia drogante.

La cassazione in pratica rimanda la questione ai vari tribunali di turno che di volta in volta dovranno decidere se quello specifico lotto è o meno drogante (?).

In pratica è peggio di prima.

Mantero all’Attacco per salvare la Cannabis Light

Non tarda ad arrivare un primo post di Mantero (M5S) a tutela del mercato creatosi, andando a fare un elogio ai tantissimi – soprattutto giovani – che si sono buttati in questo Business, nonostante le tante zone grige.

È ancor più importante però il secondo post pubblicato sempre da Mantero nella giornata odierna, che comunica agli addetti ai lavori che:

E’ pubblicata e sottoscritta da tanti altri colleghi, la mia proposta di modifica della legge n. 242 del 2016 

Il Disegno di legge infatti è stato presentato il 5 giugno e solo oggi, a distanza di più di un mese, è arrivata la notizia della pubblicazione ufficiale.

L’iter è ovviamente lunghissimo come al solito, ma il solo fatto che alcuni esponenti del governo si schierino al fianco della Cannabis Light, fa ben sperare.

Non è ancora nota la data della calendarizzazione del DDL, anche se Mantero assicura e spera in una discussione il prima possibile.

Cosa prevede il Disegno di Legge?

Viene consentita la vendita di derivati della Cannabis Light per ben 2 categorie merceologiche: uso alimentare e uso erboristico.

Si garantisce – finalmente – la tutela dei consumatori dato che le confezioni dovranno mostrare il contenuto di THC – che non dovrà superare lo 0,6% -, il contenuto di CBD e dovrà essere garantita l’assenza di inquinanti come metalli pesanti e patogeni.

Inoltre dovrà essere indicata la provenienza della produzione, e ovviamente dovranno essere rispettati tutti gli altri parametri relativi alle categorie merceologiche.

Si permetterà la possibilità di poter fare taleaggio e addirittura una parte del fondo dell’agricoltura potrà essere dato agli agricoltori che voglio sviluppare nuove genetiche per il mercato.

Insomma a distanza di 3 anni dall’approvazione delle 242/16 arriva finalmente l’upgrade necessario e mai fatto.

Molti si lamenteranno del fatto che si sta pensando troppo alla light e poco alla legalizzazione, tuttavia i temi vanno trattati separatamente, dato che dalla light, oggi, dipendono +3000 realtà aziendali.

P.S. Qui trovi l’iter del DDL e il relativo Testo completo

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