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Attualità

L’abuso di antibiotici ci sta rendendo immuni: cosa sono i Superbatteri?

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I Batteri stanno diventando immuni agli Antibiotici

Nel 1945 il premio Nobel Alexander Fleming (l’uomo che ha scoperto la penicillina) ci aveva avvertiti: i microrganismi sono in grado di sviluppare la resistenza al farmaco. L’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – ha confermato le preoccupazioni per questo fenomeno: stiamo diventando antibiotico-resistenti anche alle classi del farmaco che fino ad ora erano considerate l’ultima risorsa.

Fenomeno naturale ma aggravato dal nostro abuso crescente, soprattutto negli allevamenti intensivi

La resistenza a questi farmaci proviene dalla pratica ormai abituale di trattare gli animali da allevamento con dosi massicce (e inutili) di antibiotici per velocizzarne la crescita, ma anche per evitare malattie negli stabili superaffollati. La pratica è vietata in Europa dal 2006 ma persiste in altre parti del mondo, soprattutto negli USA.

I residui di questi farmaci non solo finiscono nel nostro intestino (quanti di noi hanno comprato la confezione di petti di pollo in superofferta a 2,99 euro?) ma anche nello sterco e nelle falde acquifere, contribuendo a desensibilizzare germi e batteri nell’ambiente.

Ceppi batterici di Escherichia coli resistenti alla colistina – l’ultima spiaggia tra gli antibiotici, è usata solitamente quando si combattono i microbi più difficili da debellare – sono stati trovati negli allevamenti analizzati in Brasile e Portogallo (tra i più grandi esportatori del mondo) e, più di un anno fa, nell’urina di una paziente americana.

Antibiotici: Anche noi (italiani, soprattutto) stiamo contribuendo

Cosa ha portato dei comunissimi ceppi di batteri a non rispondere più ai farmaci che fino a poco fa erano sufficienti a debellarli? Pratiche scorrette e dannose come l’uso – e abuso – di antibiotici quando non è assolutamente necessario.

Siamo ormai abituati ad assumere antibiotici per trattare anche la più innocua infezione virale, alcuni addirittura per un comunissimo raffreddore. Li prendiamo senza prescrizione medica, assurgendo a medici di noi stessi: L’Italia è tra i primi posti in Europa per il consumo di antibiotici e, ovviamente, anche il fenomeno della resistenza è elevatissimo.

alcuni batteri del suolo hanno sviluppato la capacità non solo di resistere agli antibiotici, ma anche di nutrirsi di essi.

Perché siamo assuefatti da farmaci pericolosi e non sempre necessari?

L’assunzione fai-da-te di farmaci che normalmente hanno bisogno di una prescrizione medica è una pratica comune, fin troppo: ciò non riduce solo le nostre possibilità di guarigione, ma aumenta esponenzialmente la farmacoresistenza, che renderà quell’antibiotico totalmente inutile nel giro di qualche anno.

Ma il problema dei farmaci è ben più radicato. Nella nostra quotidianità quante volte ci siamo ritrovati a ricorrere ad antidolorifici, antinfiammatori e analgesici per un banale (e passeggero) mal di testa? Un po’ di nausea e subito andiamo ad aprire l’armadio dei medicinali. Sbagliatissimo.

Non tocca a noi discutere i benefici dell’omeopatia (che non ci interessa, perché non siamo medici) o di qualsiasi altra medicina alternativa a quella occidentale. Se un farmaco viene prescritto, vuol dire che c’è necessità: la penicillina ha salvato miliardi di vite ed è stata la scoperta rivoluzionaria dello scorso millennio. Sicuramente però è necessaria una riduzione drastica delle pratiche di somministrazione dei medicinali (e questo lo dice la Scienza) perché è risaputo: più si diventa assuefatti, minori saranno gli effetti.

Medicine naturali: c’è anche la Cannabis Terapeutica

Cura Palliativa approvata da molti medici e studiosi in tutto il mondo, si conoscono le proprietà benefiche soprattutto legate alla terapia del dolore, ma è anche un noto antiemetico contro la nausea, dolori intestinali – ripetiamo: cura palliativa – per stimolare l’appetito in situazioni di anoressia e combattere la spasticità della sclerosi multipla, oltre che le crisi epilettiche.

Tutti gli usi reali della Cannabis come medicinale non sono ancora noti – nonostante sia risaputo l’effetto analgesico – e in Italia li conosciamo solo tramite importazioni olandesi, ma la comunità scientifica concorda sulla naturalezza ed efficacia (limitata a pochi ambiti) del prodotto, anche se ovviamente non potrà mai sostituire un antibiotico.

 

Attualità

Finalmente Legalizzata la Cannabis Light <0.5%

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Coltivare Cannabis Legale in Italia

Ebbene sì, dopo un anno di infiniti tira e molla nelle svariate commissioni, dopo le migliaia di commenti negativi e anche di supporto verso chi almeno ci ha provato, la fiducia ormai persa delle migliaia di persone che hanno investito, oggi 12 dicembre 2019 arriva finalmente una buona notizia per chi ha investito nel settore della Cannabis Light.

Il senatore Mantero, insieme a Francesco Mollame (M5S), Loredana De Petris e Paola Nugnes (LeU), Monica Cirinnà e Daniela Sbrollini (PD) sono riusciti nell’ardua impresa. È passato infatti uno dei 2 emendamenti che permetterebbe al settore della Light di poter respirare, finalmente.

Molti all’inizio avevano urlato al MONOPOLIO e addirittura alla truffa, non mi dimentico di voi, anche perché siete gli stessi che oggi Gioiscono. ( la coerenza la lacisate sotto al tappeto o nella stagnola)

L’emendamento nel dettaglio

Matteo Mantero e Francesco Mollame
Matteo Mantero e Francesco Mollame (5S) in commissione bilancio durante l’approvazione dell’emendamento

In attesa di analizzare il testo completo, sappiamo che l’emendamento in questione, va a modificare la 242/16 e finalmente riconosce il fiore della pianta come tale.

Viene inoltre modificato il DPR in materia di stupefacenti e viene imposto il limite dello 0.5% di THC, al di sotto del quale non si può considerare sostanza stupefacente.

“… non è un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza…” queste le prime dichiarazioni del senatore Mantero, che con entusiasmo comunica su facebook la notizia.

Per concludere con “I canapicoltori e negozianti potranno lavorare un po’ più tranquilli”.

Sicuramente non è una vittoria eclatante – e nè è conscio lo stesso Mantero -, ma da la libertà di poter lavorare a tutto il comparto cannabico italiano.

L’emendamento, o meglio il sub-emendamento è stato inserito nella legge di bilancio che dovrà essere discussa in parlamento, tuttavia questo non è modificabile (emendabile), pertanto se dovesse passare la legge di bilancio, passerà anche l’emendamento in tutta la sua integrità.

Capodanno coi fiocchi, e con i fiori

Indipendentemente da quello che è il personale giudizio politico, va riconosciuta a Mantero la tenacia e perseveranza che tra le altre cose vorrei vedere in più soggetti politici.

Nel giro dell’ultimo anno ne avrà lette di tutti i colori sul suo conto e sul suo operato, eppure è andato avanti per la sua strada, scontrandosi anche con i muri interni del 5S.

È vero che non è stata legalizzata la cannabis, però la possibilità di poter lavorare in modo libero e a testa alta per oltre 10000 persone è comunque un importante traguardo.

Sperando che il prossimo obiettivo, sia la Legalizzazione e Autoproduzione.

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Attualità

Lego vuole usare la Bioplastica di Canapa

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Impossibile non conoscere Lego: la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). La conosciamo tutti perché produce – praticamente da sempre – dei meravigliosi mattoncini realizzati in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile che, inevitabilmente, si trasformano in scarti non biodegradabili.

L’azienda lo sa bene – soprattutto, da multinazionale quale è, dovrebbe dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini, a lungo andare, produrrà tonnellate di plastica inquinante: non di certo facile da gestire in un mondo sommerso dalla spazzatura. Sembra però che l’azienda stia lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli alberi dei set Lego costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – si è impegnato nella produzione di alcuni componenti giocattolo in un materiale diverso: la bioplastica.

Tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che, in futuro, potrebbe sostituire (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla ancora di una copertura massima di 1-2% sulla produzione totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica: i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

Il problema principale è che la ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche. Non se ne sa molto, anche se certamente sono un’alternativa ecosostenibile rispetto alla plastica tradizionale.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi e, attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare.

Si spera che assieme a Lego, anche altri – come CocaCola, Nestle, McDonalds e molte altre big – investano nella ricerca: l’alternativa c’è, bisogna solo applicarla su scala globale.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi (per un possibile uso applicato a tutta la produzione) riscontrati finora sono: la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Inoltre, usare scarti di mais, grano e canna da zucchero garantisce la stessa resa.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Attualità

Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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