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A chi non conviene la Legalizzazione della Cannabis?

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Legalizzazione della cannabis in Italia: A chi non conviene e perché

Negli ultimi anni (e in tutto il mondo, dall’America all’Estremo Oriente) si sta parlando sempre più di cannabis, finalmente riscoperta e riportata alla luce dopo una lunga caccia alle streghe.

Il proibizionismo è obsoleto, le coltivazioni sono ripartite ovunque e il business si prospetta già miliardario. Ma se l’Europa – sulla scia di altri Stati occidentali – si sta aprendo all’idea, l’Italia non sembra ancora accettarlo.

Una parte di Paese rigetta solamente l’idea di una Legalizzazione della Cannabis, ma non tutto: anzi, le proposte sono arrivate in Parlamento, sostenute da una larga fetta di popolazione (e anche di politici) ma non sono mai riuscite a superare la soglia del ddl: perché?

Legalizzare la Cannabis apporterebbe allo Stato miliardi, ma dirottandoli da altri mercati

Il primo pensiero, nel relazionare la cannabis al consumo giovanile, è che questa sia l’anticamera a droghe più pesanti – diventando quindi, per associazione, una droga a tutti gli effetti. Questo legame è stato già stroncato dalla ricerca, a cominciare dallo studio condotto dall’Institute of Medicine of the National Academy of Sciences del 1999, che riportava:

“There is no conclusive evidence that the drug effects of marijuana are causally linked to the subsequent abuse of other illicit drugs.”

Inoltre spiegava come la cannabis sia classificabile come droga-ponte tanto quanto lo sono anche alcol e sigarette, essendo più facile accedere a queste sostanze che all’eroina, ovviamente.

L’alcol, specialmente, è una sorta di corrispettivo legale della marijuana: stordisce e altera lo stato psicofisico, anche se ha degli effetti collaterali ben più dannosi (incidenti stradali e rischio di overdose). Eppure si trova comodamente al negozio sotto casa – che, se sei fortunato, non chiede neanche il documento d’identità prima di vendere una birra – ed è certamente preferibile, piuttosto che ripiegare nell’illegalità e cercare in strada dell’erba.

Ma non può stupirci sentire che, nei Paesi in cui la cannabis è stata legalizzata, sia avvenuta una sostanziale riduzione delle vendite e del consumo di alcolici. Questo perché, con la possibilità di comprarla al negozio sotto casa, la cannabis legale è da molti preferibile ad una serata passata con dei Negroni annacquati.

Sigarette, Alcol e Medicinali: la Cannabis si sta inserendo anche nel mercato medico

L’industria più ricca – che si sente, giustamente, minacciata dal progressivo sdoganamento della cannabis a uso medicinale – è quella di psicofarmaci e antidolorifici.

Che questi creino, come le droghe, una dipendenza, è chiaro a tutti. Spesso sono prescritti con superficialità, nonostante alterino corpo e mente del paziente, che magari soffre solo d’ansia o di solitudine.

Cannabis Sostanza di Passaggio? Ci pensa l'Alcol

Tra queste dipendenze esiste – ed è anche molto diffusa – quella da oppioidi sintetici. In Canada, già prima della legalizzazione, si stavano conducendo delle ricerche sulle potenzialità della cannabis nella cura delle dipendenze, specialmente da oppiacei sintetici.

Droga-ponte quindi, ma al contrario: è stato dimostrato come, grazie ai suoi effetti palliativi, sia più facile disintossicarsi dalle droghe pesanti attraverso la mediazione della cannabis light.

Le ricerche in ambito medico sono ancora agli inizi, ma stanno già arrivando le conferme: la cannabis funziona benissimo nelle terapie del dolore, per combattere i disturbi alimentari e per alcune patologie come l’epilessia.

Va da sé che, per molti, l’idea di integrare e sostituire costosi (e dai terribili effetti collaterali) medicinali con qualcosa di più naturale non dispiaccia.

In Italia si può parlare di Lobbying?

Proviamo ad inserire il caso Italia all’interno di quel villaggio globale che è il mondo in cui viviamo: la tendenza universale verso legalizzazione, depenalizzazione e caduta dell’odio secolare verso la cannabis è innegabile.

Attratti sicuramente dai profitti, molti Stati hanno puntato sulle droghe leggere e altri stanno seguendo il loro esempio. L’Italia, però, è ancora bloccata ad una posizione di pudico dissenso (ma pudico neanche tanto, se si parla ancora delle case chiuse) nei confronti della cannabis, in un clima generale di autoritarismo e ripiego reazionario.

La storia del nostro Paese ha avuto familiarità con la parola Lobby: etimologicamente, il termine indica la Loggia (sì, come quella massonica) ma si riferisce a quei gruppi di persone (privati, esterni al sistema legislativo) che influenzano chi ha facoltà di decisioni politiche, per salvaguardare i propri interessi. L’attività di Lobbying è, appunto, quella condotta da queste associazioni.

Alcuni di questi gruppi di interesse non hanno mai nascosto il loro astio nei confronti di una eventuale legalizzazione – anche se altri, inaspettatamente, hanno colto le potenzialità del nuovo mercato – e quindi hanno non poche ragioni a volersi tutelare, mantenendo ancora quell’alone di odio ancestrale tra la popolazione e il consumo istituzionalizzato delle droghe leggere.

Insomma, legalizzare conviene a molti, ma non a tutti. Spesso, nella storia, sono stati gli interessi di pochi potenti a influenzare il corso degli eventi, eppure un’opinione pubblica forte e determinata che si schiera a favore dei benefici che la cannabis – legale, controllata, tutelata e tassata dallo Stato – può portare, ora c’è.

Diversamente dal passato, informarsi – nel mare della disinformazione in cui siamo costretti a vivere – è diventato necessario: solamente così ci possiamo proteggere dalla propaganda mirata e dalle false notizie, per non farci distrarre da luoghi comuni ormai superati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Finalmente Legalizzata la Cannabis Light <0.5%

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Coltivare Cannabis Legale in Italia

Ebbene sì, dopo un anno di infiniti tira e molla nelle svariate commissioni, dopo le migliaia di commenti negativi e anche di supporto verso chi almeno ci ha provato, la fiducia ormai persa delle migliaia di persone che hanno investito, oggi 12 dicembre 2019 arriva finalmente una buona notizia per chi ha investito nel settore della Cannabis Light.

Il senatore Mantero, insieme a Francesco Mollame (M5S), Loredana De Petris e Paola Nugnes (LeU), Monica Cirinnà e Daniela Sbrollini (PD) sono riusciti nell’ardua impresa. È passato infatti uno dei 2 emendamenti che permetterebbe al settore della Light di poter respirare, finalmente.

Molti all’inizio avevano urlato al MONOPOLIO e addirittura alla truffa, non mi dimentico di voi, anche perché siete gli stessi che oggi Gioiscono. ( la coerenza la lacisate sotto al tappeto o nella stagnola)

L’emendamento nel dettaglio

Matteo Mantero e Francesco Mollame
Matteo Mantero e Francesco Mollame (5S) in commissione bilancio durante l’approvazione dell’emendamento

In attesa di analizzare il testo completo, sappiamo che l’emendamento in questione, va a modificare la 242/16 e finalmente riconosce il fiore della pianta come tale.

Viene inoltre modificato il DPR in materia di stupefacenti e viene imposto il limite dello 0.5% di THC, al di sotto del quale non si può considerare sostanza stupefacente.

“… non è un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza…” queste le prime dichiarazioni del senatore Mantero, che con entusiasmo comunica su facebook la notizia.

Per concludere con “I canapicoltori e negozianti potranno lavorare un po’ più tranquilli”.

Sicuramente non è una vittoria eclatante – e nè è conscio lo stesso Mantero -, ma da la libertà di poter lavorare a tutto il comparto cannabico italiano.

L’emendamento, o meglio il sub-emendamento è stato inserito nella legge di bilancio che dovrà essere discussa in parlamento, tuttavia questo non è modificabile (emendabile), pertanto se dovesse passare la legge di bilancio, passerà anche l’emendamento in tutta la sua integrità.

Capodanno coi fiocchi, e con i fiori

Indipendentemente da quello che è il personale giudizio politico, va riconosciuta a Mantero la tenacia e perseveranza che tra le altre cose vorrei vedere in più soggetti politici.

Nel giro dell’ultimo anno ne avrà lette di tutti i colori sul suo conto e sul suo operato, eppure è andato avanti per la sua strada, scontrandosi anche con i muri interni del 5S.

È vero che non è stata legalizzata la cannabis, però la possibilità di poter lavorare in modo libero e a testa alta per oltre 10000 persone è comunque un importante traguardo.

Sperando che il prossimo obiettivo, sia la Legalizzazione e Autoproduzione.

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Lego vuole usare la Bioplastica di Canapa

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Impossibile non conoscere Lego: la multinazionale leader nella produzione di mattoncini da costruzione per bambini (e adulti). La conosciamo tutti perché produce – praticamente da sempre – dei meravigliosi mattoncini realizzati in una plastica resistentissima, praticamente indistruttibile che, inevitabilmente, si trasformano in scarti non biodegradabili.

L’azienda lo sa bene – soprattutto, da multinazionale quale è, dovrebbe dare il buon esempio per quanto riguarda la sostenibilità. La produzione su larga scala dei mattoncini, a lungo andare, produrrà tonnellate di plastica inquinante: non di certo facile da gestire in un mondo sommerso dalla spazzatura. Sembra però che l’azienda stia lavorando da parecchi anni per trovare un sostituto sostenibile alla plastica.

Gli alberi dei set Lego costruiti in Bioplastica

Dal 2018 Lego – che ha aderito alla Bioplastic Feedstock Alliance (Bfa), un’organizzazione che promuove l’uso responsabile delle biomasse – si è impegnato nella produzione di alcuni componenti giocattolo in un materiale diverso: la bioplastica.

Tutti i componenti “verdi”: le piantine – foglie, alberi e cespugli – sono composte da polietilene ricavato da etanolo estratto dalla canna da zucchero: un biocarburante che, in futuro, potrebbe sostituire (almeno in parte) le plastiche da idrocarburi attualmente impiegate.

Per ora si parla ancora di una copertura massima di 1-2% sulla produzione totale. L’obiettivo è molto ambizioso, ma Lego spera di riuscire a rendere sostenibile la totalità dei materiali utilizzati entro il 2030.

Perché convertire materiali organici in bioplastica è così difficile?

Per il momento Lego produce soltanto una minuscola parte dei suoi mattoncini in bioplastica: i rimanenti 50 miliardi, che vende annualmente, sono ancora prodotti in plastica tradizionale.

Il problema principale è che la ricerca sulle bioplastiche è ancora agli albori – tanto che è difficile già definire che cosa sono le bioplastiche. Non se ne sa molto, anche se certamente sono un’alternativa ecosostenibile rispetto alla plastica tradizionale.

Lego finora ha testato oltre 200 materiali diversi e, attualmente, la base organica preferita è la canna da zucchero, ma nel prossimo futuro si dicono pronti a sperimentare.

Si spera che assieme a Lego, anche altri – come CocaCola, Nestle, McDonalds e molte altre big – investano nella ricerca: l’alternativa c’è, bisogna solo applicarla su scala globale.

Se Lego considerasse la bioplastica di canapa?

Ne avevamo già parlato – siamo dei grandi sostenitori della ricerca sostenibile alleata alla produzione su scala sempre maggiore di canapa industriale – e si vocifera che anche la Lego abbia pensato alla bioplastica realizzata con la fibra della pianta di cannabis.

I maggiori problemi (per un possibile uso applicato a tutta la produzione) riscontrati finora sono: la resistenza del materiale, la sua organicità e durata nel tempo. Inoltre, usare scarti di mais, grano e canna da zucchero garantisce la stessa resa.

“non possiamo dire che ispiriamo e sviluppiamo i costruttori di domani se stiamo rovinando il pianeta”

Questo secondo Tim Guy Brooks, capo del dipartimento per la sostenibilità ambientale di LEGO: la ricerca di nuovi materiali è la priorità, così che i mattoncini LEGO possano continuare a intrattenere – senza remore e sensi di colpa – anche le generazioni future.

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Il CBD può riabilitare l’immagine della cannabis?

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Che il mercato della cannabis sia in continua espansione è un dato difficilmente controvertibile. Vivien Azer, l’analista finanziaria di Wall Street che più da vicino segue il fenomeno, ha dichiarato infatti che, se il 2019 sarà un anno importante nello sviluppo di questo mercato, si prevede che il giro di affari negli Stati Uniti sia entro il 2030 di circa 80 miliardi di dollari; senza considerare il mercato canadese che punta a diventare decisamente più prospero dopo gli ultimi passi in materia di legalizzazione.

Premessa: distinguere il CBD dal THC

È indubbio che questa crescita passi anche e soprattutto da un rinnovamento dell’immagine e del brand della cannabis. Il fulcro di questa campagna, come spiega bene un’inchiesta di Quartz a firma Jenny Avins, è la rivalutazione del cannabidiolo, meglio conosciuto con la sigla CBD, e il suo smarcamento dal THC, terrore di grandi e piccini. Se quest’ultimo è responsabile ormai conosciuto e conclamato del tanto famigerato sballo, il CBD promette rilassamento e sollievo da stress, ansia, insonnia e addirittura dolori muscolari.

Immagine presa da https://www.skynaturalscbd.com/pages/guide-to-cbd

Per lungo tempo, però, nella narrazione ufficiale, i due principi sono sempre stati uniti sotto la comune etichetta di droga. Il vocabolario conservatore e proibizionista, si sa, è piuttosto limitato e punta a semplificare e banalizzare piuttosto che a far comprendere. E così la saldatura tra politiche repressive e stigma sociali ha portato a creare un’immagine totalmente fuorviante: il consumatore di queste sostanze è, nel migliore dei casi, un hippy perdigiorno, nel peggiore un tossico dipendente che vive alla giornata, meglio se immigrato o parte di una minoranza etnica (non a caso negli Stati Uniti la maggior parte degli arresti per questioni legate a sostanze stupefacenti è a carico di neri o ispanici).

Rebrandizzare il CBD è la soluzione?

Per questo dare un nuovo volto al CDB potrebbe aiutare la cannabis a smarcarsi dal suo pesante bagaglio storico-culturale. Per fare ciò, paradossalmente, la parola cannabis e tutto ciò che richiama quell’immaginario deve passare in secondo piano. È questo il pensiero di Paul Earle, esperto di brand e marketing che insegna alla Northwestern’s Kellogg school of marketing e che ha collaborato alla ristrutturazione di diversi brand, intervistato proprio nell’inchiesta sopracitata. il suo consiglio principale è quello di evitare riferimenti alla classica foglia stilizzata o “alla vecchia immagine del ragazzo con gli occhi di fuori”.

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Swipe! More from Kim’s CBD Baby Shower!

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Un endorsment in questo senso lo ha sicuramente dato una delle influencer più note al momento: Kim Kardashian. La star da 144 milioni di follower su Instgram ha infatti deciso di scandalizzare il pubblico borghese proponendo agli invitati del suo baby shower di fine aprile un’ampia scelta di creme e oli a base di CBD. Un’iniziativa che, ovviamente, non ha mancato di suscitare polemiche e confronti. Ma, rispetto al totale oscurantismo sull’argomento degli anni passati, l’apertura di un dibattito, anche che prenda spunto da un post sui social (ma qual è del resto la funzione degli influncer?) è un segnale positivo: in questo caso bene o male, l’importante è che se ne parli.

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